Titoli e nomi per i nostri fumetti

 

 

Dare il titolo a un episodio di una serie o di un volume è meno scontato di quanto sembri. Da sceneggiatrice alle volte è il titolo che arriva per prima, quasi come se contenesse in sé tutta la storia che deve ancora prendere vita su carta, dandomi una preziosa indicazione da seguire e una via a suo modo sicura da percorrere. E’ naturalmente un metodo efficace, che facilita non poco le cose, ma quanti di noi riescono a sentirsi “folgorati” da un’idea, una voce o da una sensazione e soprattutto con quale frequenza? Quando non accade, la questione si fa addirittura spinosa, sembra che il titolo non stia da nessuna parte e non voglia farsi trovare, soprattutto se la ricerca è più razionale che istintiva. E’ come quando da studenti cercavate di capire la matematica solo con la testa, frugando da qualche parte nel vostro cervello una possibile regola ancora incomprensibile. La verità, e avrete sicuramente avuto modo di scoprirlo, era in quell’ attimo, nell’intuizione. Una sorpresa, una folgorazione, appunto. E a un tratto tutto si faceva chiaro e finalmente si poteva procedere, rasserenati.

Quindi alle volte, se proprio questo titolo non vuole arrivare, è meglio lasciar perdere. Uno dei miei casi più eclatanti, è stato quello di un completo blocco di giorno e una intuizione vivissima nel dormiveglia: le lettere che si componevano davanti ai miei occhi e la lettura definitiva del titolo finalmente di senso compiuto e soprattutto la soluzione al caso. Perciò sono più che convinta che uno dei nostri mondi paralleli più accessibili e di maggior capacità esperienziale (parlo di quello onirico, naturalmente) ci venga in soccorso molto più di quel che si creda e che forse dovremmo affidarci di più a quel tipo di messaggi. E non credo che la mia riflessione dipenda da miei stati di sonnambulismo (innocui, ma logorroici) che ogni tanto mi capita di avere, soprattutto in presenza di fumettisti!

Ma come deve essere un titolo alla fine? Dipende anche da quello che si sta cercando. Un titolo lungo, alle volte, può essere efficace nonostante lo si sconsigli, come qualche domanda va posta davanti l’utilizzo di parole straniere di uso comune. In ogni caso, mettetene uno provvisorio e mandatelo con tutta la sceneggiatura, poi qualcuno vi dirà la sua e magari vi suggerirà qualcosa che, anche se non ancora quella giusta, si porterà a destinazione.

Ma quando dico “efficace” a cosa mi riferisco? Oltre ad essere un po’ il trailer della storia, il titolo, in realtà deve anche avere un bel suono tra vocali e consonanti e che sappia restare naturalmente impresso. Non escludo che sia anche poetico, che possa evocare cioè qualcosa di intangibile. Un esempio? “I lontani palazzi dell’anima”,  titolo di un episodio di Dago, che ha indubbiamente la capacità di raccontarvi (forse) della storia, ma anche e soprattutto dello struggimento interiore tipico delle poesie.

L’effetto “intangibile” c’è anche nella scelta ultima del famoso episodio di Dylan Dog “Memorie dall’invisibile” di gran lunga più bello da quello proposto inizialmente da Tiziano Sclavi in sceneggiatura (reperibile su internet) e cioè “Ricordi di un uomo invisibile”. Di sicuro quest’ultimo fa capire qualcosa di più della storia, ma la capacità evocativa del titolo definitivo è, converrete con me, insuperabile.

Il titolo, a mio avviso, oltre ad essere una buona arma da marketing (se usata bene), in realtà è soprattutto qualcosa che completa il fumetto (come del resto per un libro o per un film) e che ancora una volta invito a non sottovalutare, soprattutto nella sua potenza creativa ed espressiva.

Stesse riflessioni si potrebbe fare con il nome che vogliamo dare a una serie e  anche questa potrebbe arrivare per folgorazione, oppure ci vuole… un po’ di più. La grande differenza è che il nome salta più all’occhio di un titolo (perciò va valutato molto  bene!) e può anche determinare il successo o l’insuccesso della serie. Se il nome delle serie suona male, è poco accattivante per come è scritto, come potrebbe il lettore occasionale decidere di sfogliare le sue pagine? La vedo sinceramente dura.  

Davanti a nomi poco incisivi, mi è capitato di chiedere di sostituirli con qualcos’altro, e non perché risultavano strani, ma perchè magari non era così rappresentativi della serie come credevano i suoi creatori. Il confronto anche in questo caso è molto utile e non c’è bisogno di discutere tanto, visto che spesso è piuttosto evidente se un nome per una serie funzioni o meno.

Un paio di volte abbiamo deciso addirittura tramite sondaggio tra collaboratori, tentando l’originalità, ma anche l’immediatezza del prodotto.

Il caso più frequente ad ogni modo è quello di mettere il nome del protagonista come nome di una serie… Ma se non ce l’avesse così bello? E se invece si scegliesse qualcosa come “Stranger Things” accorgendosi che alla fine sono “le cose strane” che succedono ad essere i veri protagonisti? Il tutto ci porta per altro a riflettere sulla scelta di dare un nome in lingua inglese, (non  ma è da valutare proprio come per il titolo con una certa attenzione.

Buoni titoli e nomi efficaci a tutti!

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Cosa sarebbe bene non fare mai con chi si occupa dei progetti operativi

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Non molto tempo fa ricevo una specie di messaggio di scuse. L’autore dello stesso mi dice che, nonostante i nostri trascorsi non proprio felici, voleva riprendere i contatti con me in maniera serena e senza inutili rancori, anche perché (e qui si capisce che non si tratta di un mio spasimante né qualche essere simile) forse al mio editore interessa qualcuno dei suoi progetti. Quindi insomma è meglio che iniziamo a fare pace.

Forse vi sarà capitato, e non solo una volta, che il vostro punto di vista diverga in maniera sostanziale e assoluta con quello del vostro interlocutore e cioè che l’altro pensa cose che voi non pensate e che non avete mai pensato e viceversa.

Questo è indubbiamente uno dei casi, ma non sono qui a scrivervi questo post per dirvi  quanto questo sceneggiatore non abbia capito niente e che io non sento di aver litigato con qualcuno. Piuttosto cerco di mostrarvi cosa sarebbe bene non fare mai con chi si occupa dei progetti operativi in una casa editrice, cioè i furbi.

Sono sicura di avervi incuriositi abbastanza, quindi cercherò di raccontarvi tutta la storia dall’inizio facendo attenzione in ogni caso a non screditare lo sceneggiatore in questione, perchè dopo tutto merita il mio rispetto ed evidentemente tutta la mia compassione.

Mario Bianchi (questo è il nome fittizio che ho deciso di utilizzare) mi contatta come hanno fatto molti di voi, e faranno altri, alla mia mail, proponendomi diversi progetti, di cui scarto tutti tranne uno, poiché adatto alla casa editrice e dal genere e ambientazione ancora non esplorati.  Più o meno quello che è successo ad alcuni di voi e per cui siete stati contattati negli ultimi tempi.

Il progetto era già realizzato con alcune tavole da un disegnatore abbastanza noto in certi ambienti, ma dopo averlo sottoposto al mio editore, non ha suscitato l’interesse necessario per portarlo avanti. Purtroppo succede anche questo e non ci si può far niente.

Generalmente spendo qualche parola per spiegare cosa è accaduto ai vertici e che tutto sommato è normale che funzioni così, quindi anche se non ricordo lo scambio di mail a tal proposito, sono sicura di aver detto che il progetto non interessava più. Non molto tempo dopo, ho ricevuto un’altra mail di sollecito per sapere se l’editore avesse cambiato idea, seguita poi da una mail che conteneva nuovamente tutti progetti già proposti in precedenza e che avevo scartato, più quello ritenuto in sospeso (ma che in sospeso non era). Questa prima noncuranza o pretesa di essere rivalutato per intero è già una spia importante.

Non so bene in quale momento secondo Mario Bianchi abbiamo litigato, sta di fatto che evidentemente a un certo punto ha deciso di mandarmi a quel paese dicendomi che non capivo niente e che uno dei suoi soggetti era stato addirittura approvato da una grossa casa editrice, quindi quella in errore ero io. Sono sicura di avergli fatti i complimenti e visto che gli si era aperta porta così importante, perché continuava a insistere con noi, visto che i suoi progetti non ci piacciono?

Guardando il tutto in maniera oggettiva, i soggetti delle sue storie non mi piacevano né prima né dopo lo scambio animato di email, ma soprattutto non mi piaceva lui dopo aver visto il suo modo di rapportarsi. Uno così è difficile da gestire e non ho invidiato nemmeno un attimo la grossa casa editrice che aveva accettato il suo soggetto. Insomma, io tipi così li tengo alla larga nella mia sfera personale, figuriamoci se dovessi inserirlo in un ambiente di lavoro in cui cerco di creare un clima più armonioso e sereno possibile per tutti.

Alla fine, oltre al progetto si sceglie una persona che verrà a contatto con i disegnatori, l’editore, i collabori alla supervisione. Sinceramente non ce lo vedono proprio.

Incassato il colpo, Mario Bianchi ha usato altre strategie. In primo luogo ha cercato di entrare in buoni rapporti con uno degli sceneggiatori della casa editrice, cercando quindi di entrare dalla finestra dopo che era stato battuto fuori dalla porta. Quello che mi stupisce è che questo tipo di persone non conosce forse la possibilità che tra autori ci possa, se non altro una stima reciproca, e che se uno piomba a parlar male del responsabile dei progetti operativi forse quello fuori luogo è lui (e inoltre non ha pensato un attimo che sarei stata informata dell’eventuale critica prima ancora che finisse di farla).

In secondo luogo, fatto che ho trovato inappropriato, dopo un po’ di tempo mi viene inviato un nuovo progetto, sempre sceneggiato e disegnato per qualche tavole (pronto per essere realizzato insomma!) con un testo nel corpo della mail asettica e che puzzava lontano un miglio di invio cumulativo a tutta la rubrica della posta elettronica del mittente sotto la voce “contatti case editrici”.

E qui torniamo alla terza fase della vicenda. Ora mi scrive per chiedermi scusa, che il periodo che stava attraversando a quei tempi era psicologicamente e fisicamente difficile (e te la prendi con me???) e che quindi vuole fare pace. Però prima ha provato ad entrare da un’altra finestra, forse un balcone, quello dell’editore in persona. Quindi in altre parole mi ha surclassato nel giudizio e nella valutazione, tentando l’ultima carta: presentarsi direttamente all’editore, che, anche se non sembra, è una vecchia volpe e la sa molto lungo. Per altro questa situazione mi era già successa: dire che l’editore ha mostrato interesse verso un progetto e che manco solo io a dire sì.

Ma davvero si può pensare che io non chiami l’editore per dire se tutta questa farsa è vera o meno? Se l’altra volta l’editore è caduto dal pero dicendomi di non aver letto e approvato nulla, questa volta la risposta è stata più netta. Ha capito chi aveva di fronte e a che gioco stava giocando, nonostante di tutta questa storia (che apprenderà probabilmente soltanto ora) non sapesse quasi nulla.

Detto ciò, sono sicura di avervi dato qualche suggerimento importante  sul come relazionarsi al meglio con il responsabile dei progetti operativi, ricordandovi che dall’altra parte ci sono persone che fanno attenzione a molte cose e che non riesce poi così difficile fare i collegamenti giusti. Armatevi piuttosto di onestà e di umiltà e vedrete che andrete molto lontano.

Buon lavoro!

Fumetto in bianco e nero o fumetto a colori

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Molti dei lettori di questo blog hanno ormai capito che la mia non è la voce di una giornalista autorevole, ma di una curiosa osservatrice, di una che mette insieme un po’ di esperienze personali e testimonianze altrui per tirar fuori qualcosa di pratico, di immediatamente fruibile. Magari qualche consiglio, che non guasta mai ricevere. Riflessioni che fanno bene a tutti e che, in caso di errata valutazione da parte mia, non mi dispiace di rimodulare con il contributo di altri.

Parlando di esperienze personali, quando ho cominciato a pubblicare fumetti io, la questione del fumetto se in b/n o a colori non si era posta. Il mio editore riteneva che il colore attirasse più l’attenzione del lettore e che “il fumetto a colori è più bello”.

In un certo senso era all’avanguardia per quei tempi, visto che la maggior parte dei fumetti mainstream, fatta eccezione per i fumetti destinati per un pubblico più giovane, erano e sono ancora in bianco e nero.

Il passaggio al colore per le grosse case editrici è un fatto ancora recente, ma non così frequente come ci si aspetterebbe. Ha ancora quel sapore di premio, di regalo fatto ai lettori affezionati.

Ma quel singolo numero, celebrativo per qualche ragione, pur permettendo una vendita maggiore, non riesce ancora a rompere gli schemi di sempre. Del resto “il bianco e nero” fa parte della tradizionale del fumetto italiano da decenni, tanto che alcune case editrici che pubblicano materiale estero, per renderlo più nei canoni italiani, riducono la pagina e levano il colore, con un risultato discutibile, ma per me sempre degno di stima, se non c’è altro modo per importare certi fumetti in Italia.

Eppure nascono serie pensate a colori che si spacciano per grandi novità e alcune lo sono per davvero e non certo per il solo uso del colore! Se non lo avete ancora fatto, vi suggerisco di recuperare la serie Mercurio Loi (appena conclusa, ahimé!) che di schemi ne rompe parecchi e di cui ne abbiamo ancora un gran bisogno.

Detto ciò, perché parlo di fumetti in bianco e nero o a colori in questo post? Perché in casa editrice dopo aver discusso accuratamente per mesi su cosa scegliere tra i due  per un mio nuovo progetto (cercate #DoyleComics sui social media) e aver pensato e scritto in bianco e nero per quasi 50 tavole, un ripensamento improvviso dall’alto ha rimesso tutte le carte in tavola.

Una cosa non da poco, potreste dire, basta metterci il colore, no? No, non è esattamente così. Il colore è una delle espressioni del fumetto. Non è solo un elemento in più. Si può naturalmente scegliere di “mettere il colore”, decidere come, quale tecnica e che risultato finale si vuole avere, per un chiaro gusto estetico o per attirare più facilmente l’attenzione del lettore, ma non è tutto qui. Col colore si può dire qualcosa che non si è detto prima, che non si poteva dire. Si vuole porre l’accento su qualcosa, si può tirare fuori un particolare che altrimenti non sarebbe mai venuto fuori. E’, come sempre, un’occasione da non perdere, per utilizzare al meglio il media fumetto.

Non è solo che 60 anni fa usare il colore era dispendioso e ora che la tecnologia permette di farlo… “mettiamocelo va’!”

Del resto la scelta di usare il b/n può non essere solo dettata dal fatto che in Italia si fa così e funziona meglio così, magari per i costi più contenuti e quindi un prezzo accettabile di copertina. Può dipendere sicuramente dal genere letterario (horror, noir, ecc) oppure dallo stile che si vuole adottare come disegno, dove magari la potenzialità immense della china verrebbero meno, oppure oscurerebbero il lavoro minuzioso fatto dal disegnatore.

Insomma, la scelta del b/n o del colore va sicuramente ponderata in base a tanti (oppure pochi ma essenziali) elementi da tener conto.

Personalmente sapere di scrivere una sceneggiatura per fumetto in b/n e non a colori, porta a fare alcune riflessioni iniziali e soprattutto a pensare alcune scene, alcune vignette  mentre si scrive, in una certa maniera, valorizzando qualcosa che nell’altro caso non avrei valorizzato, utilizzando trovate e tecniche in maniera diversa. E siamo solo alla scrittura, figuriamoci ripensare tutto un prodotto per intero con la sola introduzione del colore.

Cosa accadrà per il momento non so sinceramente dirvelo, quello che posso consigliarvi invece di sapere da subito se il progetto che state scrivendo in questo momento sarà a colori o meno e perché.  Potrebbe essere un punto di forza aver studiato quale funzione deve avere il colore nel vostro fumetto. E se pensate invece che tutto sommato possa adattarsi ad entrambe le situazioni, scrivetelo da qualche parte.

In bocca al lupo!

Dove andare a vivere per iniziare a fare fumetto

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Quando ho dato vita a questo blog avevo stilato un elenco di argomenti a mio giudizio importanti, se non proprio urgenti da trattare, diventati man mano i post che avete letto finora. In realtà questo “elenco” assomiglia più ad una mappa concettuale e, uno dei suoi nodi rimasti senza un seguito, recita più o meno come il titolo di questo post: dove andare a vivere per fare fumetto.

Rimasto tra gli ultimi argomenti (ebbene sì, ormai siamo in dirittura d’arrivo e non posso più garantire la cadenza quindicinale!) devo ammettere che non ricordavo più cosa mi aveva spinto così tanto da affrontare questo tema, finché naturalmente non è tornato prepotentemente tra i miei pensieri.

Per capire quanto prepotentemente, dovrò fornirvi qualche cenno autobiografico. I miei genitori, ora ormai quasi settantenni, si era trasferiti in Germania per lavoro e si sono conosciuti lì, in una di quelle piccole comunità italiane intorno a chissà quale luogo d’incontro della città in cui infine sono nata io. Il mio vagabondaggio, a causa del lavoro, è quindi cominciato presto, quando mi portarono in Italia, precisamente nelle amate terre lucane di Carlo Levi, all’incirca all’età di 6 anni, e non ricordo se coscientemente e favorevolmente.

Ho sempre pensato come sarebbe stata la mia vita, se i miei genitori avessero scelto di restare in Germania e non nascondo che davanti a certe tematiche sull’immigrazione sono piuttosto sensibile e con molti meno pregiudizi e paure dei miei connazionali.

Fatti i miei studi a Potenza e dedicatami all’attività commerciale da libraia, cominciavo a sperimentare le mie prime sceneggiature di fumetto, imparando da quelle reperibili in giro e in rete. Poi le cose con la libreria sono andate male per diversi motivi e quindi mi sono dovuta porre nuovamente la questione di dove andare a vivere per lavorare. Questo perchè, in cuor mio sentivo che tutto quello che potevo fare per la mia città di adozione, era stato fatto e che dovevo prendere un’altra strada, magari una che avrebbe potuto darmi un lavoro di sostentamento (ma sempre a me confacente, altrimenti non avrei accettato nessun compromesso!) e poi, chissà, sognare anche di fare fumetto. Avevo già messo un po’ di basi a Firenze, quindi la scelta divenne quasi naturale.

Oggettivamente da quel momento le opportunità si affacciarono a farmi continuamente l’occhiolino. Mi venne più facile raggiungere, geograficamente parlando, fiere del fumetto piccole e grandi e mantenere certi contatti che, nonostante internet, era più facile coltivare di persona e che hanno indubbiamente stimolato la mia crescita professionale.

Dalla mia esperienza quindi, vivere in una città che pullula di fumettisti è sicuramente più favorevole di un’altra che, chiusa in una piccola élite, non permette uno scambio proficuo, un confronto e oggettivamente qualcosa su cui poter sperimentare e infine lavorare e portare i soldi a casa.

Però questa città di cui parlo non è Firenze, che tra tutte le arti che ha sviluppato, quella del fumetto, non è quella per cui è famosa in tutto il mondo, perciò io, in ogni caso, mi definisco una “fumettista di provincia” nonostante la fiera del fumetto più importante d’Europa, almeno per numero di visitatori, si svolge nella stessa regione. Fatto che,  indubbiamente almeno una settimana all’anno, permette di fare buone, se non ottime, conoscenze, magari decisive.

Però, tornando a Firenze, come per altre realtà sul territorio italico, essa ha una scuola del fumetto e questo fa una gran differenza se quello che si cerca è un po’ di movimento, un giro di anime con cui entrare in contatto.

Se siete ai ferri corti e dovete cambiare città, magari per cercare un lavoro “vero”, ma volete tentare anche la carta del fumetto, come del resto è successo a me, non potete andare a cercarlo in un posto che non offre un minimo di opportunità anche nell’arte sequenziale, perché che, che se ne dica, purtroppo il luogo in cui vivete può fare la differenza.

Se state per fare i bagagli per cambiare il vostro destino, anche se non siete alle strette, ma per esempio dovete assecondare i vostri studi in qualche facoltà universitaria, oppure seguire la vostra dolce metà, fate in modo che le possibilità di imbattersi in persone che fanno il lavoro che vorreste fare voi, aumentino vertiginosamente.

Ancora una volta devo ammettere a me stessa e suggerire a voi che purtroppo “un posto NON vale l’altro”.

Oppure pensate che in una città come Milano, avendo le idee chiare, un po’ di talento e tanta costanza, non riuscirete a strappare qualche contratto anche per un piccolo editore? Credo proprio di sì, e sono curiosa di sentire le vostre esperienze (e colpi di fortuna).

Detto ciò, non vi sto spingendo a cambiare città a tutti i costi, non sto dicendo che non riuscirete a fare fumetto nella vostra vita, solo perché vivete isolati dal mondo. I casi di artisti di successo partiti da chissà dove, ce ne sono, e dovrebbero incoraggiarvi a mettervi in viaggio una volta di più per tratti più o meno brevi e bussare alle porte giuste.

In bocca al lupo!

p.s. il paradosso è che una volta che sarete diventati fumettisti di professione, l’istinto di cercare posti lontani dalle città per lavorare in santa pace sarà inevitabile…!

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Come proporre soggetti per fumetti seriali

 

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GOTOTO mi scrive:

“Non so bene come approcciarmi alle case editrici che trattano fumetti seriali. Posso richiedere loro un soggetto su cui cimentarmi o la proposta deve venire da me? Serve la sceneggiatura di un numero completo o meglio solo soggetto e qualche pagina di sceneggiatura? Grazie”

A domanda, rispondo. Con piacere e con urgenza. Come si fa con un fumetto seriale? Come ci si propone? Intanto macro e importante distinzione è se il fumetto seriale è di una piccola casa editrice oppure con una a grande distribuzione, con tanti anni di pubblicazioni alle spalle e uno nucleo di curatori, uno o più di uno, tenaci e rompiscatole.

Nel primo caso, l’approccio con i curatori (persone con cui dovete avere a che fare se volete proporvi) può essere più disteso e rilassato, partendo sicuramente da un contatto virtuale, ad una mail trovata sul sito oppure un messaggio privato sui social, e poi, a mio avviso più conveniente, di persona, per testare la vostra affidabilità. Questo incontro faciliterà la domanda fatidica, e cioè “come proporre soggetti per il loro fumetto seriale” e le risposte potrebbero essere varie, anche sorprendenti.

Insomma, con una piccola casa editrice potrete ragionarci, farvi suggerire qualcosa su cui poter lavorare, farvi indicare qualche filone narrativo che non è stato ancora affrontato e che, per mancanza di tempo, gli sceneggiatori non hanno ancora trattato. Diffidate però di quelle serie con sceneggiatore unico, soprattutto nei primi anni di vita della serie, poiché molto probabilmente, o perchè affezionato alla sua creatura (leggete pure: geloso!) o perché ha in mente o già in cantiere un numero ancora consistente di storie che vedrà o vorrà vedere pubblicato, non sarà ben disposto ad accettare idee da chissà chi. Però volendo, facendoci due chiacchiere, mostrandovi volenterosi e ben intenzionati, tutto può succedere anche lì.

Nel secondo caso, e cioè di un fumetto seriale longevo e ben strutturato, con diversi sceneggiatori e almeno un curatore molto presente, solitamente l’approccio internet o addirittura di persona potrebbe non funzionare, primo perchè le loro caselle di posta e messaggi privati dei social potrebbero essere pieni di proposte, e poi anche di persona ci vuole garbo e moderazione per non diventare molesti. Insomma è quasi inutile chiedere suggerimenti per un soggetto, ma inviate direttamente il soggetto che credete essere adatto per quella serie.

Così la domanda nasce spontanea: come deve essere il soggetto di un fumetto seriale?

Sembrerà banale ma non lo è, il primissimo requisito richiesto è che abbiate letto buona parte di quello che è stato pubblicato di quel fumetto; ma non solo letto, anche assorbito. Cioè, i personaggi ricorrenti devono essere vostri amici, dovete sapere cosa farebbero in una data situazione e alle volte sorprendervi come tutto quello che conoscete di loro è esattamente quello che vedete fare loro sulla carta mentre scrivete. Questo vale anche per il genere, l’ambientazione, e qualsiasi cosa definisca quel fumetto abbastanza da non confonderlo con un altro. Deve essere un soggetto che rispetti i canoni che i creatori della serie hanno stabilito o, se la serie ha avuto una vita travagliata, quello che è diventato nel tempo e che in ogni caso ora è legge.

Appurato questo, fate in modo di non incappare in qualcosa che è stato già scritto: con tanti volumi alle spalle è veramente difficile; se poi proponete un soggetto simile a uno appena pubblicato o addirittura in pubblicazione (qui siete in preda al fato avverso e non potete farci niente!) avete ancora meno speranze. Potreste anche riprendere qualcosa di già trattato, ma che non ha avuto un seguito e quel seguito lo date voi, ma attenzione a non scoprire che… era già stato previsto ed è addirittura in lavorazione!

Ultimo consiglio, proponete qualcosa che vi piaccia, che si entusiasmi. Quello che scrivete vi deve piacere: se non piace a voi, a loro piacerà ancora di meno.

E quindi? Una volta prodotto il soggetto, cosa si fa? Suggerisco di fare una sinossi di 10 righi in cima al soggetto esteso, qualcosa che dica cosa vi succede in breve, anche senza necessariamente svelare il finale, o più precisamente il “come andrà a finire”. Chissà! Magari si prenderanno la briga di scoprirlo andando a leggere i dettagli più sotto… e valutare positivamente il vostro soggetto!

In realtà, di soggetti sarebbe il caso di non proporne soltanto uno, ma almeno un paio, se non tre. Naturalmente potete inviarne anche di più, ma anche strafare non va bene! Si potrebbe credere che li abbiate scritti con poca cura! Meglio ripresentarsi un altro giorno con un’altra terna, così da far vedere che il vostro cervello sta continuamente lavorando per il loro fumetto.

A questo punto, di ogni soggetto basterebbero 10 righi e se proprio credete nelle potenzialità di uno in particolare, di quello potete proporre la versione estesa.

Eviterei invece la sceneggiatura, nemmeno di un paio di tavole, perché tanto in questa fase, non la leggerebbero comunque. Però tenetela pronta, perchè a un vago cenno di interesse verso il soggetto, potrebbero chiedersi come ve la cavate con lo sceneggiare…

Inoltre, non è detto che la casa editrice prenda il pacchetto per intero. Forse davanti a un buon soggetto, preferiscono acquistarlo e rimandarvi a casa, ma se i vostri soggetti continuano ad essere accettati, forse alla fine una possibilità di sceneggiarli ve la daranno…

In bocca al lupo!

Il femminile nel fumetto

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Ho cominciato a leggere fumetti relativamente tardi, abbastanza da non averla mai considerato “roba per bambini”. E per fortuna. Questo mi ha permesso di avere un approccio il più naturale possibile, serio, senza schemi o preconcetti. Volevo proprio immergermi in un media per me ancora sconosciuto, che non avesse i tempi di una pellicola, né quelli, da sempre interminabili, di un libro. Quello che però notai da subito è che non c’erano personaggi femminili mainstream a cui appassionarsi veramente. Non una arcinota  come uno Spider-Man o un Superman (al massimo la Wonder Woman di Linda Carter, ma vista solo alla TV), non una come Tex o il più recente Dylan Dog. Per fortuna una c’era in casa Bonelli: era la scanzonata Legs Weaver, spin off di Nathan Never, con una fortuna altalenante: storie che avrebbero potuto essere superlative, venivano fuori così così, ma il personaggio era oggettivamente molto bello. La serie poi chiuse e siamo rimaste orfane, noi lettrici. Quelli erano i tempi in cui partecipavo attivamente al gruppo YATTAAA (di cui ora trovate principalmente una pagina facebook ), sostenendo non solo Legs,  ma anche Julia (di Giancarlo Berardi) e Gea (di Luca Enoch), e per un periodo fui reclutata tra le Donne Arrabbiate che provarono (e, a dir la verità, riuscendovi) a rispondere alla scrittura volutamente maschilista di Roberto Recchioni, che finì non solo per citarle in un numero di John Doe, ma anche per (quasi) giustificarsi, tenendo a dire che, un conto era scrivere per una serie di uomini, evidentemente frustati in cerca di qualche punto di riferimento in un mondo incomprensibile dominato dall’isteria femminista, un conto era la sua vita privata: amava la sua ragazza e la trattava con i guanti, e con sua madre, insomma, non aveva avuto problemi nell’infanzia. Ebbene, questo era il clima e devo ammettere che, a parte qualche eccezione che però è rimasta di nicchia (mi viene in mente L’Insonne per cui ho avuto la fortuna e l’onore di scrivere degli audiofumetti), poco è realmente cambiato. Le lettrici si adattano a quello che trovano, dove, se tutto va bene, il personaggio femminile non è (troppo) stereotipato. Spesso ci si è affidati (e ci si affida  tuttora) alla sensibilità dello sceneggiatore e al suo coraggio di essere sentimentale, rompendo non pochi tabù, gli stessi di cui gli uomini si sono intossicati per secoli (sì, sto parlando della mascolinità tossica) credendo che così facendo nessuno avrebbe messo in dubbio la loro identità. Ma va… Quello che voglio dire è che uno scrittore si deve mettere al di sopra delle parti e scrivere: un personaggio femminile deve essere un personaggio femminile, e quello maschile, maschile. E per gli esseri intermedi, riuscire a fare anche quelli.

Ma allora perché non far scrivere alle donne che di certo sanno descriversi meglio? Giusta osservazione. Sempre con Legs Weaver, comparvero le disegnatrici in casa Bonelli. Un po’ come quando entri in un bar al sud, dove ci sono solo uomini e ti fissano come se non riconoscessero la specie a cui appartieni. Ce n’erano talmente poche che alcune erano acerbe e si vedeva. E le sceneggiatrici? Allargando il campo, quelle che hanno avuto effettivamente successo, soffrono tremendamente di narcisismo, con l’ego che sprizza da tutti i pori. Per fortuna ce ne sono tante altre oggi… che si perdono combattendo contro la sindrome dell’impostore e non hanno certo il tempo di vantarsela, di credere di star per cambiare il mondo del fumetto, finendo per squalificarsi prima ancora di mettersi a competere. Mi chiedo come abbiano fatto autrici come Lina Buffolente o Grazia Nadasio a farsi spazio in un mondo di fumetti al femminile che prima degli anni ‘80 doveva essere terribile. O forse no. In fondo, Diabolik è stato inventato e scritto da due sorelle, Angela e Luciana Giussani, e a proposito di Eva Kant, impossibile dire che non sia un’icona femminile perfetta, che dà spazio alla sua controparte maschile, come è giusto che sia, ma che senza di lei, è sempre un Diabolik un po’ triste.

Ma perché affrontare questo tema in questo blog? Abbiamo ancora bisogno di movimenti femministi?  E di maschilisti che si difendono? Il movimento #metoo non ha già creato tanto scompiglio? In realtà la mia intenzione non era di occuparmi di femminismo o di quote rosa nel fumetto, ma solo dire che c’è una parte nel mondo del fumetto che resta ancora inesplorata e che invece potrebbe, oltre che offrirci delle belle sorprese, essere un buon bacino di utenti tutto da conquistare. Basta insomma, di personaggi in bianco e nero (dove il bianco ricorda una sposa e il nero… a voi la risposta!), oggetti di poco conto quando non se ne vuole parlare troppo o donne poco dignitose quando va decisamente male.

Come sempre non pretendo di essere esaustiva sull’argomento, anzi credo di averlo appena accennato. Però l’invito è chiaro, scrivere fumetti anche per l’altra metà del mondo, abbandonare i tipi ormai scontati  e non preoccuparsi di sembrare profondi e… umani!

Buoni fumetti (al femminile) a tutti!

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Quegli strani effetti sonori chiamati onomatopee

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Eh, sì. L’ho tirata per le lunghe prima di affrontare questo argomento, che pure caratterizza l’arte del fumetto esattamente come tutte le altre cose da me già trattate. Sto parlando delle onomatopee, parola grossa per dire semplicemente  quei suoni immaginari scritti con lettere spesse che completano una vignetta e che riescono alle volte a dire molto più dell’immagine stessa. Non è escluso infatti che qualcuno scelga ancora oggi (era però più frequente nel passato) di inserire soltanto un “boom” o “crash” o uno “splash” al centro della vignetta al posto di raffigurare una esplosione, uno scontro o una caduta in acqua rendendo benissimo l’idea, comunque. L’uso delle onomatopee è un’arte anch’essa, secondo me, e saperle usare bene, permettendo al lettore di calarsi completamente nella situazione, è senz’altro una dote che forse in pochi fumettisti hanno davvero. Penso di aver capito l’importanza delle onomatopee e di averne carpite le infinite potenzialità (sia chiaro, non abbastanza sfruttate nemmeno da me!) osservando una vignetta di Will Eisner (che non ho più ritrovato, ma giurerei fosse in “Contratto con Dio”) in cui un uomo da nulla cammina sopra una coltre di neve, lasciando delle vistose impronte e ad ogni passo fatto, seguiva l’effetto sonoro (sinomimo di onomatopea) un piccolo crunch. Chi ha camminato nella neve alta, non può che riconoscere il suono inconfondibile di quei passi nella neve, ma non meno la fatica e la lentezza del camminare, resa magistralmente dall’autore, grazie alla scelta di un “crunch” piccolo piccolo ad ogni passo. Ovviamente nessuno di noi può immaginarsi abile e geniale come Will Eisner però è vero che dobbiamo sempre imparare dai migliori e sperimentare quanto necessario per non ripeterci continuamente. Fare un passo più nella neve alta.

Non nascondo che sono ancora molto lontana dall’aver appreso quest’arte. Il mio uso si limita allo stretto necessario, lì dove quello che accade non può che fare il suo rumore. Lo stock di un pugno su una guancia, il bang di una vecchia colt, lo skretch di una gomma sull’asfalto, ma sono più le volte in cui una cosa fa un suo suono e io cerco di capire quale suono sia. Molto del nostro vocabolario onomatopeico fumettistico arriva dall’inglese che pare sia più vicino ai suoni reali (poveri poeti italiani del 900!) però devo ammettere che non mi bastano, mi stanno stretti.  Ne cerco sempre di nuovi che finisco per non trovare. Perciò ammetto spudoratamente di inventarmeli e che una gioia sottile mista al senso di ribellione si impossessa di me lasciandoli esattamente come li ho inventati. Del resto, dopo tanto tempo, non ho ancora trovato un manuale che possa darmi una mano e mi chiedo se poi alla fine esiste un luogo preciso dove andare a stanarli e, soprattutto se ci sono delle regole scritte da qualche parte da seguire. Probabilmente tutti i miei dubbi e  imbarazzi non sono soltanto i miei, forse facciamo tutti finta di conoscerli bene e di sapere quale usare e poi alla fine improvvisiamo alla meno peggio, ognuno a modo suo, nascondendo il più grande dei segreti del fumettista.

Guardando invece l’aspetto grafico e tecnico, dopo un po’ di esperienza accumulata sul campo, gli effetti sonori vengono preferibilmente realizzati a mano dal disegnatore, perchè risultano più naturali. Per quanto la tecnologia sia andata avanti alla grande, proprio qui, casca vergognosamente. Quelli al computer si vedono lontani un miglio, hanno l’aria di essere posticci, quasi estranei alla vignetta, perciò quando è possibile si chiede da subito al disegnatore in fase di realizzazione delle tavole, nella speranza che non siano un incubo anche per lui. Il fatto che uno sappia disegnare non vuol dire che abbia “una bella scrittura” da poter sfoggiare con disinvoltura durante la realizzazione delle onomatopee. O almeno questa è in genere la risposta che danno quando…non ne vogliono proprio sapere di disegnarli!  In questo ultimo caso, si torna dal grafico che deve trovare il modo di rendere gli effetti sonori il più invisibili possibili pur chiedendo loro di “fare il rumore” necessario. Un’alchimia quasi utopica sembrerebbe, eppure dopo un po’ di sbattimenti si arriva comunque a restituire dignità alla vignetta e suono all’azione in corso.

In ultimo, non è insolito che, guardando la bozza di revisione, qualcosa non torni. Alle volte quel “manca qualcosa” si traduce con “mancanza di suono”. Come se tutto quello che state leggendo sia ovattato, sordo, lontano. Capite che non può essere. Solo nello Spazio i suoni non esistono, e a meno che non stiate leggendo dalla Luna, sarà il caso di aggiungere qualcosa che faccia un gran rumore!

Buone onomatopee a tutti!

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Quando è il disegnatore ad avere le idee e (non) vuole scriverle

 

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Vi sarà capitato durante la vostra carriera di sceneggiatori in erba di avere un disegnatore particolarmente ispirato e ricco di idee. In base al vostro carattere e alla vostra disponibilità d’animo questo fatto può essere estremamente positivo o paradossalmente veramente disastroso.

Quando si è alle prime armi si percepisce generalmente questo intervento da parte del disegnatore come una ingerenza al vostro lavoro, a meno che il sodalizio artistico non sia preceduto da anni di amicizia sincera e schietta che permettono un accalorato, ma pur sempre vicendevole, scambio di opinioni.

Alle volte avere un progetto insieme ad un vecchio amico è anche una prova del 9. Se riuscite a resistere a tutte le turbolenze che un progetto fumettistico attraversa, vuol dire che siete fortunati, avete accanto una miniera d’oro. E’ solo per sottolinearvi che purtroppo la propria realizzazione personale, può mostrare parti di voi non proprio nobili, dovendo ammettere amaramente che è solo il vostro successo personale che vi interessa.

E accade tra amici, figuriamoci tra persone che si conoscono poco e che forse per casualità si ritrovano a lavorare allo stesso progetto.

Personalmente antepongo la riuscita di un progetto alla mia gratificazione personale, perché è triste e solitario sapere di aver disertato mentre si sta perdendo la guerra, ma è decisamente più appagante condividere la vittoria con tutti, dove una piccola fetta sai essere tutta, senza bisogno che te lo dicano gli altri con clamori particolari. Ancora una volta è con noi stessi che dobbiamo mettere le cose in chiaro, perché è prima di tutto con voi stessi che avete debiti e crediti. Vi invito quindi a sposare questa Vision che anche se non subito sarà la strategia vincente.

Detto ciò, possiamo ritornare all’incalcolabile fastidio che le idee del vostro disegnatore vi procurano. Non è un caso che abbia parlato dei vostri primi esperimenti fumettistici: il vostro ego ha ancora un bisogno smisurato di mostrarsi e urlare al vento di esserci e digerire l’intervento di qualcun altro che ha effettivamente delle idee interessanti, più interessanti delle vostre, è una bella strizzata di fegato, milza e stomaco. Ma potete sopravvivere. Ricordatevi che scrivere è un missione e che non è per il vostro ego che lo fate, ma per l’umanità che ha bisogno di essere migliore di così. Se cambiate il punto di vista, se vi ripetete queste parole, guarderete gli spunti o le valanghe di informazioni del vostro collaboratore in quella oggettività necessaria per tirare fuori cose utili e alle volte calzanti per la storia che state imbastendo. Non abbiate timore di venire pestati, non vi vedrete spalmati a terra finché non vi sentirete così voi. Ricordatevi che l’obiettivo è un buon fumetto e che se per il momento non siete riusciti ancora a tirar fuori quello che vi ribolle dentro, lo potrete fare un’altra volta, in un altro fumetto, dove potete agire quasi in solitaria, magari quando avrete già diverse copie vendute e un editore che vi lascia carta bianca.

Superata quindi la prima fase critica dell’ingerenza e trovato un vostro equilibrio mentale, le idee del disegnatore come vi sono state inviate?

Dopo aver criticato l’atteggiamento di chiusura dello sceneggiatore che ha fatto lo sforzo di accogliere idee non sue, qui entrano in gioco le variabili infinite di modi in cui il disegnatore crede che si possano suggerire idee. Non avete l’idea di che ginepraio di situazioni possono accadere. Stroncatele subito se sono dispersive e non vi permettono di lavorare bene!

Sì, vero, non è sempre tutta colpa del disegnatore! In fondo lui disegna perché con le parole ha generalmente meno confidenza. Il mio primo lavoro (e mi sento molto fortunata per questo!), mi porta ad osservare tutti i giorni tanti ragazzi che davanti al rifiuto o alla difficoltà di leggere, all’incapacità di scrivere correttamente, invertendo lettere e sbagliando quelle che in gergo si chiamano le “doppie”, il disegno e l’arte sono il rifugio sicuro, un’ancora di salvezza dove possono finalmente esprimere le loro emozioni senza doversi sentire a disagio o diversi. Probabilmente tra i tanti disegnatori che conosco qualcuno ha vissuto questo dramma (che va sotto l’acronimo di DSA,) ma per fortuna ha trovato la sua via di fuga.

Ecco, ora che pretendiate un documento in tutte le sue parti con tutti i dettagli che nemmeno voi scrivete per un progetto è probabilmente un po’ azzardato, ma avete però il diritto di chiederglielo e di farvi inviare qualcosa per iscritto. E tutto il discorso di prima, allora? Certo, un disegnatore che proprio non vuole scrivere potrebbe trovare la strategia a lui più adatta, ma DEVE trovarla!

Non può pretendere che lo sceneggiatore entri nella sua testa ed estragga il file giusto tra la miriade di pensieri che frullano nel cervello di chiunque.

Uno dei sistemi decisamente più comodi al giorno d’oggi sono i messaggi vocali, ormai disponibili su qualsiasi app di messaggistica. L’importante è che siano chiari e concisi e non durino più di 10 minuti (al massimo ve ne fate inviare qualcuno in più, ma sempre breve!) così da poter riascoltare più volte, se necessario anche in tempi diversi, ed estrapolare tutto quello che serve.

Vi riporto un esempio personale. Cercate di restare svegli, è interessante.

Qualche anno fa dovendo accogliere i suggerimenti insistenti di due disegnatrici mi sottoposi a una delle prime videochat di gruppo della mia vita. Fu piuttosto un brain storming e anche se avevo pazientemente preso appunti feci presente che era impossibile aver colto tutto e che se volevano che scrivessi esattamente quello che desideravano dovevamo inviarmi un file il più completo possibile. Il progetto andò alla deriva per diversi motivi, sicuramente uno fra tutti il già citato bisogno del proprio e unico successo personale di una delle disegnatrice, che perseguiva per altro in maniera istintiva e poco pianificata e che, come capirete, ha portato all’interruzione della pubblicazione. Non è stato solo quello, in quel momento ricoprivo sia la figura della sceneggiatrice sia quella di supervisore e, cercando di trovare un compromesso tra le richieste delle disegnatrici, il desiderio di scrivere una buona storia e poi di tenere tutti gli animi irrequieti sotto controllo, devo ammettere di aver fallito su tutta la linea. I soggetti erano macchinosi, estetici (il rischio dei disegnatori è di pensare molto all’aspetto spettacolare, ma non al succo della storia) e sinceramente noiosi da sceneggiare. Per non parlare del malcontento da parte dei collaboratori, nonostante tutti gli sforzi che avessi fatto nel salvare capre e cavoli. Dovette intervenire l’editore che mise fine alla lite come un gallo in un pollaio di galline starnazzanti.

Fu una grande lezione di vita che mi fece dividere con precisione i miei due ruoli, facendoli rispettare entrambi con garbo ma determinazione, e che mi portò a scegliere con attenzione chi far entrare in casa editrice.

Del resto si impara ad essere migliori dagli errori e se, a conti fatti servono sempre a questa maniera, ben vengano.

Capite di aver imparato la lezione, anche da quello che succede quando la situazione si ripropone. Se non temete l’ingerenza, il contributo del disegnatore vi arriva naturalmente su vostra richiesta perfino nella forma a voi più adatta. Se è desiderio del disegnatore fare un buon prodotto, se vuole vedere pubblicato il suo fumetto senza pensare prima alla propria realizzazione personale (che pure ci deve essere, ci mancherebbe!) allora troverà la strategia per far arrivare quando crede sia importante per lo sviluppo della serie.

Il disegnatore naturalmente non deve pretendere che tutto vada scritto, alle volte lo sceneggiatore pur trovando tutto una buona idea, la rimanda ad una occasione migliore per imbastire trame avvincenti e che chiudano almeno un cerchio, per poi riaprire sottotrame e quant’altro in una prossima occasione. Tutto a beneficio dell’equilibrio delle storie, al desiderio di sceneggiarle in tutta libertà.

Che dirvi? Buona collaborazione a tutti!

L’arte del lettering e quello che ancora non osiamo fare

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Tra i miei tanti obiettivi nati con questo blog, che ha ormai più di un anno di vita, c’è sempre stato quello di analizzare l’arte del fumetto da più punti di vista, cercando di far emergere anche quegli aspetti di cui si parla generalmente poco, se non per niente, ma che in realtà hanno una valenza importantissima sul risultato finale. Uno di questo è il lettering. Essendo un blog dedicato ai fumettisti tutti sappiamo cos’è il lettering, ma preferisco spendere due parole in più: per “lettering” intendiamo non solo i balloon e quello che vi è scritto dentro, ma anche e naturalmente le didascalie, le onomatopee, i titoli e sottotitoli dentro e fuori il fumetto e perfino gli strilli in copertina. Cosa sarebbe un fumetto senza lettering? Probabilmente qualcosa definibile come fumetto solo standoci molti larghi. Qualcosa di sperimentale, una qualche eccezione alla regola, mentre il fumetto in quanto tale ha anche la parte del lettering da curare e bene. Un lettering sbagliato può rovinare il fumetto esattamente come può farlo una brutta storia, la sua sceneggiatura o dei disegni approssimativi. Non va affatto sottovalutato.

Chi si occupa del lettering? Il letterista, una figura professionale definita. Che poi si improvvisano un po’ tutti, con risultati altalenanti, questo è un altro discorso. E di quelli che mi piace affrontare in questo blog.

Intanto per rendere giustizia alla figura del letterista, bisogna partire da lontano. Prima che diventasse digitale il lettering veniva fatto a mano e per fortuna resiste ancora in alcune occasioni importanti (no, non parlo di matrimoni, ma la stessa sensazione di “solennità” c’è tutta!), quelle in cui per quanto perfetto fatto al pc, la scrittura dell’uomo (e della donna, forse più la donna leggendo i tamburini degli albi Bonelli) ha un valore aggiunto, un dettaglio, lo spessore umano che impreziosisce il risultato finale. Del resto, scrivere a mano il lettering porta via per forza di cose più tempo di quello digitale e la concentrazione e la cura dell’essere umano è inevitabilmente più alta, siderale: immagino il letterista amanuense vivere momento per momento ogni singola vignetta da letterare e una partecipazione emotiva ineguagliabile.

Ora con l’avvento del pc, come nel caso del disegno digitale, il tutto deve sembrare a primo acchito più abbordabile, erroneamente alla portata di tutti. Io invece penso che ci sia un’arte anche lì. Una volta imparate le regole base, la sensibilità del letterista può emergere e impreziosire enormemente il disegno e infine la vignetta. Spesso però è un letterista che ha minimo sindacale di esperienza alle spalle, che lettera su tutti i fumetti che la casa editrice sforna, e che di osare non ci pensa nemmeno. Nelle piccole realtà editoriali poi, mi è caduto l’occhio, leggendo sul tamburino di una serie a fumetti appena partorita, che il letterista è un po’ anche quello che si occupa dei redazionali oppure di qualche altra funzione all’interno della casa editrice. Mi chiedo se tra tutti qualcuno gli abbia mai detto ”Tu, come te la cavi con il lettering? Lo vuoi fare tu?” come se a qualcuno dovesse toccare anche se a malncuore; un po’ come un tempo, quello che metteva i dischi nella sala da ballo, che ancora non si chiamava deejay e non era una professione di tutto rispetto, era fondalmente lo sfigato che non riusciva a ballare con nessuna ragazza. Alle volte però è una necessità, soprattutto quando parliamo di autoproduzione. Letteristi ci si inventa. E’ chiaro che in queste situazioni precarie è molto difficile chiedere al letterista di fare qualcosa di personale e originale, di andare un po’ sopra gli schemi. Ci si attiene alle regole base come già detto sopra. Alle volte invece si è così tanto condizionati dalle stesse che “questa cosa che chiedi non si può fare” e un sogno si infrange. Così qualcuno pretende di voler letterare lui e sostituirsi a un professionista solo perchè ha delle idee alternative in testa. Alle volte le idee sono poco più che balorde e in ogni caso, in una casa editrice strutturata, il “no” viene dall’alto e quindi l’estro creativo ancora una volta va a farsi benedire.

E allora? Direi di cominciare a fare lettering nella maniera più professionale possibile, anche nelle piccole e neonate case editrice, per fare almeno un lettering dignitoso ed efficace. Volendo invisibile (che in questo caso è un pregio) rispetto a storia e disegni, ma almeno funzionale.

Ne approfitto per segnalarvi un volume di recente pubblicazione di un collaboratore prezioso (e di vecchia data) della casa editrice per cui lavoro. Sulla rete troverete turorial, qualche libro significativo sul lettering manuale. Questo invece è per quello ditigitale.
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Qualche info in più qui! Buon lettering a tutti!

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