La ricerca disperatissima di un disegnatore per un giovane sceneggiatore di fumetti

Non è la prima volta che mi sento dire quanto, per un giovane sceneggiatore di fumetti (giovane non d’età, ma di esperienza e soprattutto senza pubblicazioni alle spalle), sia difficile se non impossibile trovare un disegnatore disponibile a presentare un progetto per una casa editrice. In realtà la disponibilità c’è, ma la discriminante non da poco è che il disegnatore giovane e senza esperienza pretende di essere pagato per lo studio dei personaggi e qualche tavola. In parte ho già affrontato questo argomento in un post precedente, ma voglio tornare sull’argomento perché mi è stato posto (indirettamente) ancora una volta il quesito. Ne voglio parlare perchè mi sta a cuore la faccenda, umanamente parlando, e perché in quanto Supervisor* di una piccola casa editrice ho una visione più chiara dei fatti su tanta fuffa messa in giro da chissà chi e ho, ancora di più, il dovere di sottolineare alcune cose.

Mi è stato indicato un gruppo su Facebook (“Disegnatori e autori cercasi”) su cui le diatribe in merito sono il pane quotidiano e dove probabilmente nessuno ne verrà mai a capo di qualcosa di concreto. In alcune discussioni è stato anche citato il mio post come trovo il disegnatore giusto per il tuo fumetto che ha ricevuto critiche negative, se non addirittura feroci. Non partecipo alle discussioni via facebook, se non provano almeno ad essere costruttive, anche perché non mancano persone che amano polemizzare o peggio ancora aggredire gli altri utenti per avere a tutti i costi ragione. Il meccanismo che nasconde le persone dietro un account e le incoraggia a diventare delle bestie umane non è argomento di questo post e nemmeno del mio blog, ma è evidente che le frustrazioni che ognuno di noi ha giornalmente, qualcuno decide di vomitarle sugli altri esseri virtuali provando un insano e preoccupante piacere. Appagati dal seminare il Male.

Detto ciò, è normale che in piccolo gruppo di utenti (fosse anche numerosissimo, ma niente in confronto con il resto dei social network e figuriamoci della vita reale!) si tende a difendere il proprio orticello e cioè che gli studi preparatori di un progetto e una, massimo due tavole, vadano pagate. Però sono solo gli iscritti a quel gruppo a dirlo, perché conviene loro. Si sono addirittura trasformati in una Entità Suprema che diffonde il Verbo della Verità: le cose funzionano così. Ma le cose non stanno così. Sono così solo per quel piccolo numerosissimo gruppo di persone che si dà ragione da solo.

Il mio consiglio? Lasciate perdere luoghi generalisti come facebook e cercate altrove dove reperire persone affidabili a cui chiedere aiuto. E frequentate fiere del fumetto, create relazioni vere, fatevi conoscere come persona.

Ho una casella di posta piena di gente che vuole fare le prove pur di avere una chance. Forse non tutti sarebbero disposti a fare delle prove per un autore che ha proposto a noi un progetto, che non è in linea con la casa editrice, quindi non verrà pubblicato da noi, ma che meriterebbe quella chance altrove. Basterebbe chiedere a ognuno dei singoli autori che mi contatta tutti i giorni, una proposta alternativa, che non ha a che fare con la mia casa editrice, e quel mercato nero che si sta creando composto da disegnatori inesperti che ancora non sanno cosa gli aspetta veramente, svanirebbe.

Ma non è tutto. Voci mi dicono che ad alimentare certi meccanismi sono anche alcune scuole del fumetto in Italia. Per scuole di fumetto, intendo scuole generiche in cui si può imparare a fare fumetto. Sono generalmente a pagamento e si vantano di fornire tutti gli strumenti per fare i fumettisti professionisti. Qualcuna pare abbia sparso la voce che i disegnatori appena sfornati dalla loro fucine siano di altissimo livello e che perciò vadano pagati anche solo per presentare un progetto ad una casa editrice. Naturalmente non ho dati certi alla mano e non sto parlando di tutte le scuole di fumetto italiane, ma devo ammettere che nel mio piccolo qualche esperienza bizzarra l’ho avuta e ancora mi interrogo su che tipo di intrighi ci siano dietro, tra chi deve mandare avanti la baracca e gli iscritti che pagano profumatamente il loro diploma.

Il dramma è che non la raccontano giusta, nemmeno ai voi disegnatori, quando parlano che verrete pagati per il lavoro che farete, quando, cioè, pensate di cavarvela con poca roba per un progetto di uno sceneggiatore emergente e poi ve ne fregate di quello che succederà. Non penserete di poter campare solo di questo, vero? Li volete pochi, maledetti e subito? Non solo quello non è fare fumetto, ma nel caso in cui vi troviate davvero a portare avanti un progetto retribuito da una casa editrice, scoprirete una verità terribile: molto del lavoro che farete, non verrà retribuito per davvero. Sì, avete capito. Alcune cose sono fatte veramente gratis. Quindi diciamocela tutta, questo lavoro si fa perchè ci credete e se già fare degli studi di personaggi gratis vi mette di malumore, figuriamoci tutto il resto.

Di tutto il lavoro che farete, quindi, di tutta l’energia che ci mettete (compreso l’entusiasmo), vi verrà tramutato in denaro solo una parte. Perciò non potete fare questo lavoro per soldi, almeno non solo per soldi.

E allora? Allora, niente.

Quello che effettivamente mi stupisce è che io, da sceneggiatrice, non ho mai dovuto pagare nessuno in anticipo per fare un progetto e proporlo ad un editore, nemmeno all’inizio. Sarà stata tutta fortuna? In effetti, qualcuno potrebbe anche dirmi che il fatto che non sia capitato a me non vuol dire che non succeda, ma in tutta onestà credo che questo equivoco capiti solo all’inizio della vostra carriera di sceneggiatori: non siete nessuno, avete bisogno di farvi spazio tra le pubblicazioni e un disegnatore che avete contattato vi dice che vuole essere pagato, magari in buona fede, perché così è stato indottrinato malamente da certe filosofie.

Ma chi è questo disegnatore che pretende di essere pagato? E’ veramente così bravo da avere il vostro soggetto e tirar fuori tutto quello che avete nella testa?  Probabilmente no.

La verità è che un buon fumetto non nasce così, non così tanto casualmente. Non così ad un tavolino virtuale, senza nemmeno sapere chi avete di fronte. Non potete nemmeno pretendere che un disegnatore ami alla follia il vostro progetto tanto da sentirlo suo in un batter d’occhio, senza nemmeno sapere chi siete veramente. La verità è che ci vuole entusiasmo e coinvolgimento.

Avete provato a fare due chiacchiere col vostro potenziale disegnatore davanti a un caffè e confrontarvi sui vostri gusti musicali o, con tutti i rischi del caso, di gusti politici? La verità è che ci vuole un minimo di relazione, anche perché qualsiasi lavoro si basa prima sulla relazione. Bisogna avere una base comune di partenza, bisogna scambiarsi le idee; bisogna, in certi casi, superare la paura del contatto emotivo. Il disegnatore entra nella vostra storia, ma si deve sentire dentro, partecipe, emotivamente catturato. E per farlo, a svelarvi dovete essere voi, sceneggiatori. Dire come la vedete e cosa vorreste comunicare attraverso il vostro fumetto al mondo intero. Non per forza dirlo apertamente, ma semplicemente parlandone davanti a quel caffè, mentre si parla  “del più e del meno”. Le cose importanti si leggono sempre tra le righe, in un fumetto e in una persona. Se chi avete davanti ne è impressionato in qualche maniera, vedrete che sarà disposto a mettere un po’ del suo tempo e della sua bravura senza parlare di soldi, perché alla fine i soldi sono solo un modo per non sentirsi mai coinvolti fino in fondo. Il disegnatore fa la sua parte e poi non ci vuole più di torno. Non vuole veramente essere con il protagonista della vostra storia e soffrire e gioire con lui. E’ strano quanto questo discorso abbia dei rimandi al mondo delle emozioni e della sessualità. Cedere alle emozioni costa una gran fatica, molto più che pagare una cena e non ricordarsi più con chi si è trascorsa la nottata il giorno prima. La verità è che abbiamo tutti un gran paura di rimanere stregati dalle cose vere, quelle che fanno tremare il cuore.

Se, cari sceneggiatori, non trovate un disegnatore che accoglie con entusiasmo il vostro lavoro, allora molto probabilmente non è la persona adatta per voi. Sappiatelo e non rammaricatevi di non averlo ancora trovato. Le alchimie non sono facili da trovare.

In bocca al lupo!

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Perché mi avete inviato così tante email subito dopo Lucca Comics and Games

Scrivo un post all’incirca 15 giorni prima che venga effettivamente pubblicato, a ridosso dell’ultimo consultabile online. Lo scrivo, lo formatto e lo programmo. Poi magari lo rileggo un paio di giorni prima che sia disponibile a tutti. Nel momento in cui scrivo adesso, per esempio, è appena trascorsa una settimana da Lucca Comics and Games 2018, con tutti i postumi relativi all’evento (in genere, il mal di gola) mentre per voi, quando lo leggerete, saranno già trascorse 3 settimane. A parte il fatto di accorgersi che La Macchina del Tempo esiste per davvero, tra 3 settimane avrò già aperto e risposto alle innumerevoli email che mi sono piombate in casella di posta nell’ultima settimana.  In realtà avevo fatto esplicita richiesta di inviarmi il materiale non questa settimana che sto vivendo io ora, ma quella che ancora deve venire (due settimana fa della vostra). Come mai una richiesta così precisa? Perché, ormai, per esperienza fatta, so che a ridosso di Lucca non riesco a leggere nulla, nemmeno la lista della spesa (col rischio di non mangiar nulla!), perché dopo giorni intensi così, le cose rimaste in sospeso sono tante e troppe e anche quelle vanno affrontate a risolte.  Perciò per quanto mi dispiaccia la vostra mail resterà lì ancora per un po’. E poi si è a mente più fresca tra una settimana per valutarvi davvero. Eppure non è andata così: la casella di posta straripa di vostre mail. 

Ma perché avete voluto inviarmi una mail a due giorni da Lucca Comics? Parlando di chi ha fatto lo scouting ed è stato selezionato, a parte la distrazione, che tutto sommato ci può stare (visto il massacro fisico ed emotivo che è effettivamente la fiera più importante d’Europa!) mi chiedo cosa vi abbia spinto ad inviarla così tanto presto.

Paura di essere dimenticati? Di dimenticarvi di inviarmi una mail? Suggerimento dato dal vostro professore di Scuola di Comics? La fretta di voler concludere subito qualcosa?

In realtà, per nessuna di queste cose, vale la pena di rovinare subito un rapporto. Ammesso che sono stanca come voi (cioè voi non più, ma io in questo momento sì!), forse il tutto vi sembrerà positivo, di chi si è mostrato da subito interessato, ma ai miei occhi è sembrato più un precipitarsi, un voler ottenere tutto e subito, con un crescente imprevisto fastidio (e ingestibile) ad ogni mail che mi sono vista arrivare di ora in ora. Vero, il fastidio è mio (e me lo tengo io), ma sarà poi solo il mio? Gli altri editor, a questo attacco indiscriminato della mail personale, hanno davvero avuto una reazione più rilassata della mia? Sinceramente ve lo auguro, però non ne sono del tutto sicura. Ad ogni modo le mail sono lì, come un pensiero logorante, e resteranno per il momento in attesa. Non so se era proprio questo l’obiettivo che volevate raggiungere. Suppongo di no.

C’è chi invece ha pensato bene dopo aver letto dello scouting lucchese di inviare il proprio portfolio via mail qualche giorno dopo Lucca senza però essersi mai presentato allo scouting.

A questa categoria probabilmente si possono aggiungere diverse tipologie di persone: Quelle che allo scouting c’erano, ma sono andati da altri, e per mancanza di tempo e per mancanza di copie del portfolio, e costretti a fare una scelta; quelle che non c’erano allo scouting, ma erano in giro per Lucca, che cercavano di parlare direttamente allo stand con l’editor e magari non trovandomi (ma poi trovandomi, avrei dovuto dire che non potevo guardare nulla perché c’era lo scouting apposta!) hanno tentato via mail; quelle che comodamente da casa hanno fatto una ricerca da internet e hanno visto dello scouting. Del resto c’era scritto che cercavamo disegnatori per fantasy e western, magari anche qualcosa in più, quindi… sai che c’è? Io invio, tanto non mi costa nulla.

Ok, tutto sommato non è una cattiva pensata, ma resta la domanda inspiegabile del momento:

Perché subito dopo Lucca Comics?

Continuo a fare supposizioni. Perché magari pensavate che non avevamo trovato chi stavamo cercando. Allora forse non avete idea di quanta gente si propone e a quanta gente bisogna rifiutare un colloquio. E forse non avete idea che una casa editrice non è mai così disperata da aspettare lo scouting per trovare un disegnatore. Del resto voi stessi avete creduto di avere un minimo di possibilità, per questo vi siete proposti, anche se questo astuto gesto potreste farlo durante tutto l’anno e io addirittura lo suggerirei il più lontano possibile da Lucca.

Un’ultima riflessione: se non vi siete presentati allo scouting va da sé che non abbiamo mai avuto contatti in precedenza. Perché dovrei scegliere di collaborare con un autore completamente sconosciuto invece di uno che la sua attesa infinita l’ha fatta, in allerta che il suo numero comparisse sul tabellone e che la voce dell’addetta (persone molto gentili e disponibili che ringrazio!) lo chiamasse quando era finalmente arrivato il suo turno? Quell’autore si è presentato, ci ha messo la faccia, ha cercato di convincerci che potevamo fidarci di lui. E’ una questione di relazioni umane, non altro, ed è un po’ quello che succede in tutti i colloqui di lavoro.

E quindi, se non siete potuti venire a Lucca o semplicemente allo scouting per qualsiasi ragionevole ragione umana, perché non inviare il vostro portfolio un po’ più in là, quando i clamori lucchesi si sono assopiti e si torna tutti alla normalità? Così da poter leggere senza spietati concorrenti la vostra mail e valutarvi per quello che veramente sapete fare?

In ultimo, fatto divertente, aumentano di gran lunga anche la richiesta di amicizie su facebook con relativi messaggi privati nei giorni post Lucca. Anche questo frutto di strategia attentissima? Per il momento ho risposto solo a persone che ho avuto finalmente il piacere di conoscere di persona durante l’anno e quindi per gli altri… Portate pazienza! Tanta!

p.s. Forse il post ha toni polemici o comunque sicuramente antipatici, ma ricordate che non l’ho scritto per liberarmi di voi, ma per darvi la possibilità di essere valutati veramente, con lo spazio, il tempo e l’attenzione che meritate. Del resto, quando leggerete questo post, la vostra risposta l’avrete già avuta. E se così non fosse, riscrivete!

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Fumetto digitale o fumetto tradizionale?

I tempi cambiano. Niente resta più lo stesso. Già.

Non vi ho rivelato una grande novità, ma rispetto ai secoli di storia della vita sulla Terra, gli ultimi decenni mi pare siano stati più cruciali: i cambiamenti sono stati più veloci e questo indubbiamente è stato possibile grazie allo sviluppo della tecnologia. Di scontatezza in scontatezza, vorrei aggiungere che essa ha preso piede in tutti i campi della vita, trasformandola se non interamente, almeno per  buona parte (medicina, trasporti, comunicazioni, ecc.), dandoci l’opportunità di una vita migliore e una maggiore comodità, senza però farci abbandonare veramente il senso di incertezza e di ansietà per il futuro, che forse, paradossalmente, è addirittura aumentato.

La tecnologia nasce anche per facilitare il nostro lavoro di tutti i giorni e ormai niente di quello che facciano la esclude. Provate a farvi degli esempi, vedrete che non troverete niente che non ne abbia un minimo a che fare. Per di più, in prospettiva, alcuni lavori svaniranno del tutto o, chissà, verranno sostituiti dai temibili robot (oggi chiamati più frequentemente “learning machine” o “intelligenze artificiali”), che altro non sono che lo specchio della nostra paura di perdere la nostra umanità, l’unica cosa che ci rende veramente unici nel Sistema Solare. Ammetto di non avere paura di un’invasione alla Skynet di Teminator, non più di quanto possa avere paura di un’invasione asiatica in in Europa. Non molta. Gli imperi crollano, altri sorgono. La Storia insegna.

Naturalmente nemmeno il fumetto è rimasto immune alla tecnologia.

Una prima riflessione potremmo farla su come inviamo oggi il materiale rispetto a ieri.

Dall’uso, senza alternativa, della posta tradizionale, ora invece si può inviare tranquillamente via mail o we transfer  e cioè tramite internet, non solo velocizzando i tempi, ma anche garantendo una maggiore sicurezza.

Una seconda è sicuramente la raggiunta migliore comunicazione tra le parti. Non abbiamo solo il telefono fisso e dagli anni ‘90 il cellulare, ma anche la possibilità di videochiamare, inviare messaggi vocali e quant’altro, il tutto con l’obiettivo, si spera, di accorciare le distanze e i tempi di comprensione, per esempio, tra sceneggiatore e disegnatore, ma naturalmente non solo.

E per quanto riguarda il “come” produciamo materiale? Quanto siamo cambiati? Beh, sì, era qui che volevo arrivare, in realtà.

Molte cose che una volta erano strettamente manuali sono ormai “fatte al computer”, come si usa dire, mentre altre per diverse ragioni ancora sopravvivono.

Intanto, nessuno di noi sceneggiatori si sognerebbe di scrivere una sceneggiatura con una macchina da scrivere, fosse pure elettronica, da cui poi si estraeva il foglio dattiloscritto e si rincorrevano gli errori, magari alzando gli occhialini per vederci meglio. Ovviamente no, però prima si faceva così, no?  

Ma… vogliamo parlare dei disegnatori, invece, e magari dell’uso dei retini? Quanto è cambiato? Con l’uso del pc credo siano quasi del tutto scomparsi quelli manuali, che andavano meticolosamente incisi a seconda delle esigenze e delle situazioni. Ora al pc sono naturalmente infiniti e probabilmente al solo costo d’investimento iniziale (quello del programma che permette di realizzarli!).

E il lettering? Sopravvivono i letteristi amanuensi solo in specialissime e rarissime occasioni (sullo storico Tex e pochi altri), mentre ormai il lettering è digitale. Se all’inizio la differenza (in bellezza) si notava, ormai la precisione è diventata altissima e, inutile dirlo, si fa molto prima.

Altro cambiamento epocale è stato nel colore, ormai definitivamente digitale, sempre con le dovute eccezioni. Che io sappia un colorista, se ha studiato in una scuola del fumetto, non ha iniziato con l’uso degli acquerelli o dei pantoni o altro, ma è stato indirizzato subito sul digitale. S’impara, in sostanza, a lavorare al pc dal primo momento, anche perchè la richiesta del mercato è quella e anche abbastanza alta. Quel che invece riguarda la teoria, quella resta. Magari cambiano i gusti, gli accostamenti, gli azzardi, ma alcune regole base vanno imparate. Questo vuol dire che non diventerete coloristi senza avere un minimo di consapevolezza di quello che state facendo, e armati solo di un computer.   

E le cose che sono sopravvissute nonostante tutti questi cambiamenti?

Per quanto la Cintiq sia sempre più alla portata di tutti, le tavole realizzate a mano esistono e resistono ancora. Ovviamente le modifiche si fanno in Photoshop e alcune cosine si possono sempre aggiungere “al pc” per creare qualche effetto desiderato, ma di fondo si lavora col cartaceo, con fogli veri e propri, magari tradizionalmente della Fabiano (e anche se diversi, non vi ricordano i fogli che usate alle medie?). 

Persino disegnare le onomatopee (per cui dedicherò un post a parte prima o poi!) si preferiscono disegnate a mano! Indubbiamente hanno una resa diversa, più originale. Mi sbaglio? 

E le ragioni di questa resistenza? Non le so, posso solo ipotizzarle. In primis, esiste ancora un mercato di collezionisti che darebbero un occhio della testa (di qualcun altro però) per avere una tavola originale di qualche autore famoso, ma anche avere le tavole dei “piccoli fumettisti crescono” per poi poter dire  “io lo sapevo che sarebbe diventato famoso” è più che possibile ancora di questi tempi. Non è un mercato sempre limpido e pulito, ma sta di fatto che tenersi la tavola originale potrebbe un giorno farvi comodo. Potreste cioè decidere di venderla in caso di necessità.

Oppure, quella di volere la tavola originale, potrebbe essere una esplicita richiesta dell’editore. A quel punto, se siete solo dei disegnatori digitali, capirete che avete perso un’occasione.

Perché un editore dovrebbe volere una tavola originale? Perché così si è sempre fatto, perché è la tradizione di quella casa editrice, perché forse c’è un pregiudizio sull’uso del pc che fa credere agli editori che disegnare al computer sia meno efficace.

Forse il disegno tradizionale resiste perché esiste la credenza che al pc sia tutto più facile e quindi non equivale a disegnare. Ovviamente questo è tutto sbagliato, la tecnologia al momento ci permette una definizione altissima e un ottimo risultato.

Infatti, l’errore non è nella tecnologia, che ci permette ormai di fare tutto o quasi, ma nell’uso che ne facciamo. L’errore è nel credere che basti la tecnologia a disegnare. Non credo in nessun modo, smentitemi se mi sbaglio, che una qualsiasi scuola del fumetto italiana non prepari i loro allievi partendo dalla carta e dal saper disegnare. Disegnare, come hanno fatto i primi uomini delle caverne fino ad arrivare ad oggi  con le matite che, spessore della punta a parte, non mi pare siano cambiate nemmeno quelle negli ultimi decenni.

SAPER DISEGNARE. Se sapete farlo, ci riuscite con qualsiasi mezzo.  E nessuna macchina o robot potrà soppiantarvi o togliervi il lavoro!

Mi dispiace essere arrivata fin qui e dire soltanto ora la verità a giovani autori, lasciandoli credere che con la tecnologia sia più facile disegnare e realizzare un fumetto. Lo realizzerete, ma sarà nettamente inferiore e visibilissimo anche ai meno esperti di uno che il mestiere lo sa fare e che il pc lo usa come supporto, non come mezzo di creazione.

Questo post è dedicato a chi mi ha lasciato book con disegni fatti completamente in digitale e che non si è accorto che erano poco meno che presentabili. Con la concorrenza che c’è in giro o sapete quel che fate (di esempi di comicsweb fortunati e discutibili ce ne sono) o è meglio che cominciate da zero.

L’invito quindi è quello di fare “sul serio”, di partire da matita e carta. Solo impiegandoci un’infinità di tempo, sbagliando e riprovando, saprete disegnare e potrete anche, se vi piace di più, disegnare al computer.

Quindi, fumetto digitale o fumetto tradizionale? Tutte e due, se fatti bene. Però fiutate i tempi e preparatevi ai cambiamenti.

 

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Chi scrive tutto quello che non è fumetto in un fumetto

Lavorando per una piccola casa editrice di fumetti, ci si arrangia continuamente in ogni campo e fase cercando di fare del proprio meglio. La parte dei redazionali e scritti vari disseminati qua e là nel vostro fumetto non è un luogo da meno. Ma chi ha il compito di scrivere tutto quello che non è fumetto in un fumetto? In una casa editrice di quelle con grossi numeri, sia di vendite sia di stipendiati, la risposta è presto detta: il redattore, persona, assunta apposta per fare questo lavoro; figura che potrebbe coincidere con il curatore della serie (e quindi scrivere a proposito del fumetto che sta per essere pubblicato è uno dei suoi compiti, nel frattempo ha seguito tutto il processo di lavorazione ed è quello che fa da tramite tra le varie parti per una migliore e più proficua collaborazione). Quando però questa figura non c’è, e i motivi possono essere tanti, il primo sicuramente quello che la casa editrice non può permettersi di pagare una persona che fa solo il redattore, bisogna appunto arrangiarsi.

E quindi? Chi scrive cosa? Intanto se l’editore è la figura che fa anche da supervisore, generalmente è lui a scrivere una bella prefazione al vostro fumetto, elogiandovi per il vostro lavoro oppure raccontando qualche aneddoto interessante che può riguardarvi (sicuramente quello in cui siete incappati nella sua casa editrice e come siete riusciti a farvi pubblicare un vostro fumetto), sempre se, come dicevo, è l’editore a scrivere questa parte. Se non se ne occupa perchè l’ha giustamente delegato, il supervisore è la persona sicuramente più adatta a poter scrivere qualcosa e a conoscere i retroscena.

E quindi tocca a me. Questo momento è per me vissuto con una certa angoscia. Scrivere non è sempre uguale. Un conto è scrivere una sceneggiatura, un conto è scrivere un articolo per un giornale, un conto un post per questo blog, un conto quello di presentare al meglio quello che un lettore sta per leggere, essendo consapevole che forse lo glisserà del tutto, (passando direttamente al fumetto) e facendovi sentire di star perdendo anche un po’ del vostro tempo.

Ma ve lo immaginate un fumetto senza nemmeno un rigo di redazionale? Diciamocelo, non è possibile: il vostro fumetto risulterebbe poco curato nei dettagli, forse spoglio in qualche caso, di sicuro non convince il lettore che dietro c’è stato un grosso lavoroda parte vostra, pur essendoci stato per forza di cose.

Tornado alla sensazione di angoscia è, naturalmente, solo momentanea. Perchè per qualche motivo sono sempre sul filo del rasoio, perché non c’è mai abbastanza tempo e alle volte capita di scriverlo nelle situazioni più improbabili (ricordo di averne scritto uno da mac di fortuna, durante una fiera, e inviato tramite una wi-fi traballante!).  

Dirò che se all’inizio mi sembrava una cosa veramente inutile, nemmeno di mia competenza e uno stupido riempitivo, in cui c’era da mescolare parole quasi prive di senso, ad un certo punto invece ho capito poteva essere una grossa opportunità.

A parte questo blog, e le sceneggiature naturalmente, non ho grandi possibilità di esprimere un’idea, un concetto, me stessa. Chissà quante volte ho pensato di scrivere un libro, magari un romanzo, che poi si trasforma in qualcosa di più fattibile, un racconto, certo, però mai scritto, perché non c’è davvero il tempo. Ok, prendo appunti per un prossimo futuro, ma arrivarci alla pensione di questi tempi! E allora ho iniziato a scrivere pensando a cosa volevo veramente dire, a non perdere un’occasione di riflessione per me e per il lettore, senza naturalmente snaturare lo spazio e l’obiettivo che mi sono stati affidati.  Cercando sempre e comunque di arricchire il tutto con altri elementi che non fossero banali, come invece una volta me li immaginavo. Così ho cominciato a divertirmi e dacché non avevo idea di cosa scrivere, spesso rischio di sforare nel dire troppo. Oggi mi sembra, ripensando agli inizi, un miracolo!

Perché vi sto dicendo questo? Perché il mio redazionale non è l’unico che va scritto nel vostro fumetto. Ci sono cose che sapete solo voi e che voi dovete scrivere, cose nascoste che potete rivelarci. Il lettore non aspetta altro di trovare approfondimenti che in un fumetto non ci possono stare (sono linguaggi diversi) oppure sapere qualcosa di voi che hanno solo potuto immaginare, nonché il processo creativo che vi ha portato fin lì. Potete anche chiamarlo storytelling se preferite, l’importante è che sappiate che non si può delegare questa parte perchè solo voi le sapete davvero e solo voi sapete dirle, meglio di chiunque altro pur se glielo avete raccontato per filo e per segno 100 volte!

E poi, perché perdere questa splendida occasione di dire la vostra? Spero la mia esperienza personale vi possa aver stimolato a raccontarvi o se non altro a raccontare del vostro fumetto con un altro linguaggio, fatto di molte più parole e riflessioni, che non sempre sono immediate come con immagini (o il contrario) o comunque sono una delle tante interpretazioni possibili.

Insomma, divertitevi, nonostante all’inizio vi sembri noioso e non poco!

N.B. Un capitolo a parte meriterebbe “il riassunto delle puntate precedenti”, che potrebbe anche essere oggetto di discussione su chi lo deve scrivere. Se esiste un solo curatore della serie, sicuramente lo può scrivere lui, ma se in realtà ci siete solo voi e il supervisore con altre 10 testate, non siete voi le persone meglio a conoscenza dei fatti?

Buoni redazionali a tutti!

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5 Motivi per cui non riesci a rispettare le scadenze

Quelle delle scadenze da rispettare sono un problema annoso per l’editore e un incubo per molti fumettisti, se non tutti. Naturalmente non vale solo per i fumettisti; molti altri nel mondo del lavoro devono averne a che fare e doversela gestire al meglio. Perché sì, l’unica cosa vera da fare è sapersela gestire.

Vediamo quali sono a mio avviso i 5 motivi per cui si finisce per non riuscire a rispettare le scadenze, partendo da quelli più banali che potreste risolvere con un po’ di attenzione e serietà, da quelli che vanno a toccare le vostre abitudini e aspetti caratteriali, che oggettivamente sono più difficili da cambiare, ma che se ce li avete presenti, almeno qualcosa potete fare per migliorare la situazione.

Motivo 1: L’inesperienza

Naturalmente per chi non ha un minimo di esperienza, all’inizio fa degli errori. La consolazione è che se avete capito, gli stessi errori non li ripeterete mai più. Perché ritrovarsi tutto alla fine, dimenticandovi di dormire e di mangiare, sperando che qualcuno faccia la spesa per voi, pur di rispettare la scadenza non è una bella esperienza. Qui davvero avete solo bisogno di organizzarvi, di capire quali sono stati gli errori che vi hanno portato a un tale stato di cose e quanto è dipeso effettivamente da voi e quanto no. Per quello che riguarda voi, sapete con chi risolvere la questione, se invece il problema è arrivato dall’alto, da cui dipendete lavorativamente, beh, non indugiate, sempre con garbo e umiltà, di farlo presente e magari di poter ricevere istruzioni almeno un po’ prima. Potrebbero avervi sbagliato una deadline, potrebbero avervi inviato tardi la sceneggiatura, potrebbero aver sottovalutato i vostri tempi di realizzazione. Dopo un po’ però ci si assetta per bene con il ritmo della casa editrice, su questo non dovete avere dubbi. E in ogni caso quando non dipende da voi, cosa potete farci? Se la situazione dovesse essere proprio tragica, la soluzione drastica sarebbe quella di cambiare casa editrice…

Motivo 2: L’affidarsi

Vi hanno dato una deadline, sapete che c’è, ma tanto è lontana e preoccuparsene così tanto tempo prima non vale la pena. E poi, tanto si sa che alla fine si riesce a fare tutto lo stesso. Ma a discapito di chi? Esistono due tipi di persone: quello che devono organizzare tutto prima per non trovarsi male dopo (leggete anche un po’ la tendenza a voler dominare gli eventi) e quelle che invece non se ne preoccupano affatto e che lasciamo un po’ le cose andare al caso, poi quando il problema arriva, in qualche modo se la cavano sempre. Successo una volta, succede anche la seconda e quindi diventa una tendenza a non volerne occupare per tempo. Ovviamente è di quest’ultimo tipo di persone che parliamo e sono anche quelle che in realtà si affidano agli altri, precisamente al lavoro degli altri, anche in maniera inconscia. Perché quello che non fai tu per tempo, lo fa qualcun altro per te, anche se tu non lo sai. Ci sono cose nella produzione di un fumetto che, più il fumettista se ne occupa, più diventa veloce e indolore il lavoro del grafico, del supervisore e dell’editore stesso. Vi faccio un esempio: in sceneggiatura vi compare scritto “un pò” scritto come l’ho scritto io, che è difatti un errore ortografico di poca rilevanza (?) e che il grafico o il supervisore può cambiare da solo, no? Essendo però molto diffuso in un testo di 20 tavole può comparire diverse volte. Mettiamo che questo sceneggiatore continui a scrivere “un pò” sempre alla maniera per tutte le serie che ha, mettiamo 4, quante volte sarò costretta a correggere perché non si è preso la briga di fare le cose per bene perchè tanto c’è qualcun’altro che lo fa? Certe cose succedono al fumettista quando non ha tempo, il tempo che ha buttato via prima, perché con una certa presunzione, ha ritenuto non necessario organizzarsi per tempo e perchè tanto c’è sempre qualcun altro a togliere le castagne dal fuoco. L’errore più grosso però spetta alle persone che lavorano dietro le quinte che non dicono nulla. Alle volte bisognerebbe fare una risciacquata di quelle gloriose, ma vi assicuro che davanti a certi individui è tempo sprecato, fai prima a fare tu, davvero.

Motivo 3: La precedenza

C’è chi la scadenza proprio non la sente. Il caso precedente ne è un esempio, ma anche questo non scherza. Organizzare gli impegni quotidiani per alcuni è un’impresa ardua. In ogni caso alla fine si sentono fagogitati, stressati e infelici e nel frattempo hanno dovuto dare precedenza agli eventi intercorsi durante la giornata senza sentirsi padroni di sé e del proprio tempo. Sì, però, quelle cose le devi fare, spesso non le puoi proprio rimandare, soprattutto perché improvvise. Intanto discernete bene cosa è improvviso e urgente da quello che in realtà non lo è. Poi, quando è chiaro che non potete lasciare la figlia con la maestra davanti alla scuola con la campanella suonata da un pezzo, vi dico che c’è una soluzione: io lo chiamo il Day Planning, cioè scrivo tutte le cose che sono previste per il giorno dopo e ci metto anche i quadratini di spunta. Tra un’attività e un’altra mettetevi almeno 20 minuti di stacco. Vedrete che poi ogni 20 minuti accumulati, in cui si spera non sia successo niente, con l’arrivo dell’evento imprevisto, saremo in grado di risolverlo senza fare danni alla tabella di marcia. Va da sé, quindi che giorno dopo giorno, con un ritmo instancabile e metodico potrete arrivare felicemente alla scadenza.

Motivo 4: L ‘incapacità

Qui la faccenda si fa seria. Non è la prima volta che vi ritrovate a non riuscire a rispettare i tempi. Chiedete qualche giorno in più, che poi diventano settimane. Eppure avete fatto un planning iniziale che vi sembrava quanto meno fattibile. Invece qualcosa è andato storto. Siccome non è la prima volta, dovete solo capire che non sapete farlo. Ma prima di fustigarvi, ponetevi le domande giuste: dipende veramente da voi? Avete abbastanza tempo per realizzare quello che vi viene chiesto? Siate oggettivi con voi stessi e cercare di capire se è tutta colpa vostra, se proprio non ci riuscite. Se siete certi di ciò e non sapete come fare, c’è una sola soluzione: affidate questo importante compito della vostra vita ad un’altra persona. Potrebbe essere un collega di cui avete grossa stima oppure anche una persona che col vostro lavoro non c’entra un fico secco. Perchè? Perchè spesso le soluzioni ai nostri problemi, alla nostra incapacità di organizzare la nostra vita, è più chiara ad uno che vi guarda da fuori. Se avete già qualcuno che osa dirvi come fare, approfittatene invece di polemizzare; se invece non avete nessuno di così vicino, chiedete aiuto. Non c’è niente di male a chiedere aiuto, quando non ce la fate. Vedrete che già dal primo confronto, vi sentirete già subito meglio.

Da Supervisor* naturalmente mi è capitato di fare una deadline specifica per un autore impanicato (e non è stato nemmeno così noioso o difficile!), come ne faccio per tutta la casa editrice, tenendo conto delle esigenze degli autori, del grafico, della tipografia e anche quelle dell’editore che è quello che va a ritirare le copie (e le paga). Questo è un momento meno bello e spensierato per me, ma qualcuno questo sporco lavoro lo deve fare!

Motivo 5: C’è di non dice no

C’è chi dopo aver pianificato per bene, aver messo tutti i tasselli a posto, aver calcolato momento per momento cosa e quando deve fare le cose, comincia tranquillamente il suo lavoro, finché, per sua fortuna, qualcuno lo chiama per altri ingaggi. Riguarda il plan minuziosamente e in effetti potrebbe anche accettare, inserendo qua e là, qualche tavola da realizzare per il suddetto ingaggio. Fin qui tutto bene, nel mio caso cerco di pianificare il lavoro degli altri anche in vista di queste eventualità, che trovo un arrotondamento lecito e, alle volte, necessario. Ma la faccenda non rimane mai così, figuriamoci, vuoi perché fare il fumettista non dà così facilmente da campare, vuoi per il detto “ogni lasciata è persa”, si finisce per aumentare di diverse unità gli impegni presi durante l’arco di tempo in cui si doveva fare solo un paio di cose. E’ chiaro che fare tutto, non si può e se si può il livello cala vertiginosamente, ma una volta detto di sì, non ci si può nemmeno defilare come se fosse nulla, perchè di sicuro non verreste più chiamati. C’è quindi chi non riesce a dire no e le scadenze inevitabilmente vanno a farsi benedire. Come risolvere questo problema? Bisogna imparare a dire di no. Non tutto quello che ci capita è una occasione. Alle volte sono solo distrattori, specchi per allodole, dove se quello che cercate è la gloria forse allora dovete valutare quello che non lo è e non accettarlo; se quello che vi servono sono i soldi, ricordatevi che per lavorare bene dovete essere in forma fisica e mentale perfetta. A qualcosa bisogna rinunciare, questa frase ve l’ho già scritta una volta, ma stavolta bisogna saper rinunciare bene.

Buona organizzazione a tutti!

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Il falso mito dell’ispirazione

Quante volte avete sentito dire “sto aspettando che arrivi l’ispirazione” oppure “ero ispirato quando l’ho fatto”? Probabilmente molte e l’idea che si crei qualcosa di grandioso sotto ispirazione sembra una cosa naturale, obbligatoria, come se altrimenti non fosse impossibile. Il mito dell’ispirazione per altro sovrasta tutti i campi creativi, dalla pittura, alla musica, passando per la composizione poetica. Perché allora non parlarne anche per scrivere un libro, una sceneggiatura di fumetto o magari addirittura per il cinema?

Certo, peccato che dal mio punto di vista, con toni ironici se non sarcastici, vi dico che l’ispirazione quella intesa come momento magico in cui si fanno le cose in maniera migliore di altre è un fossile romantico, inteso come un residuo della corrente letteraria e filosofica del Romanticismo; in altri termini una corrente evergreen mai passata veramente di moda, ma capace di farci cadere in errore. Non vi sto dicendo che guardando oltre una siepe non potreste percepire l’eco dell’infinito leopardiano, immaginando altri mondi e altre realtà, oltre la triste domenica del villaggio, vi sto dicendo che se state ad aspettare l’ispirazione, state freschi. Ve l’ho già detto, è roba antiquata, che serve solo ad illudervi che l’idea figa arriverà, come per magia, in un tal momento e che non aspetta altro che la trascriviate (o la registriate vocalmente da qualche parte) per prendere vita.

Prima di tutto non siate così presuntuosi, non siete voi che avete l’idea figa, ma è l’idea figa che ha deciso di venire da voi.  Se l’idea vi arriva davvero così, dovreste ringraziare una qualche entità superiore che vi ha permesso di cogliere tra la moltitudine di cose invisibili che muovono il nostro universo, una cosa a cui non avevate mai fatto caso prima. E con umiltà capire, come se aveste captano un messaggio alieno, cosa quell’idea possa significare.

Ma la verità è che lo scrivere, quello costante, come qualsiasi altra attività creativa, è dettata da un tormento interiore perenne, qualcosa che vi fa sentire non appagati, a cui non potete rinunciare. Insomma, avete bisogno di buttar fuori quello che la vostra anima capta dentro di sé e attorno a sé. Per certi versi è anche doloroso, ma è la liberazione (momentanea) dal tormento che vi dà gioia.   

Perciò più che stare a rincorrere farfalle, mettevi davanti al vostro block notes, o più solitamente davanti al vostro pc, e cominciate a scrivere. Magari all’inizio non viene fuori un bel niente, magari nel frattempo vi siete alzati dieci volti dalla vostra scrivania, ma se è per lavoro che dovete scrivete vi accorgerete che non avete tempo di aspettare l’ispirazione.

Perciò inizierete a buttar giù qualche idea e come per il detto “l’appetito vien mangiando” anche creare ha la stessa incredibile facoltà: le idee arriveranno, si chiuderanno in un cerchio perfetto e faranno tutto da sé, ma bisogna che in qualche modo ve lo meritiate. E’ un andare in palestra a farsi i muscoli, più ci si allena, più si diventa bravi a tirar fuori le idee, più le prestazioni migliorano in velocità. All’inizio è faticoso, vi verrebbe anche voglia di mollare, ma poi una volta preso il ritmo è tutto in discesa.

Così è scrivere, per esempio. Dell’ispirazione ad un certo punto ve ne sarete dimenticati, non vi chiederete se è arrivata, se è già passata o se n’è andata, semplicemente non è più un vostro problema, non è più quella cosa che se non c’è non rende straordinarie le idee.

Vedrete che a chiedere un giudizio tra quelle che credete vi siano state ispirate e tra quelle che avete elaborato con calma nessuno noterà alcuna differenza. A me non è mai successo, o forse, non ho avuto la fortuna o la sfortuna di un confronto così diretto e meticoloso!

Piuttosto, se avete il blocco dello scrittore, horror vacui o qualsiasi altra cosa, c’è una sola cosa da fare, irrinunciabile: vivere la vostra vita. Osservando il mondo che vi circonda, fare le piccole cose che vi sembrano inutili, prestrandoci la massima attenzione. Viaggiate se potete, ma non andate in luoghi di benessere, di quelli finti, guardate la gente, usate l’olfatto. E se sentite un odore terribile come di animali in putrefazione, forse vi siete imbattuti  in un Cthulhu. E l’immaginazione inizia a girare.

 

 

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Sparatorie, scazzottate, inseguimenti e altre faccende pericolose che dovete per forza scrivere o disegnare

Qualche tempo fa, durante la scorsa afosissima estate (momento in cui, come già raccontato, mi dedico finalmente alla scrittura di sceneggiature!) ho confessato su facebook (qui il post) la mia difficoltà nello scrivere le scene di azione. Ne è scaturita una discussione interessante, grazie al contributo sia di sceneggiatori come me, sia di disegnatori, destinatari inevitabili delle tavole rocambolesche da noi scritte.

La mia difficoltà, che è più una sorta di fastidio, alla stregua di una puntura di zanzara (che non è un vero e proprio dolore, ma che ti tormenta ugualmente) si concentra soprattutto in quelle scene in cui bisogna menare le mani, sparare all’impazzata e magari inseguire a tutta birra anche un’auto che ci sta ricambiando gentilmente il favore. Ma perchè? Perchè è molto facile cadere nel banalità, nelle cose già viste. Tentando di essere il più originali possibili, poi, a pagarne è sempre la sospensione di incredulità, dove è facile chiedersi se tecnicamente una cosa è plausibile per la legge di gravità terrestre. E poi a ripetere cose già viste, cose che il lettore si aspetta, in realtà ci sia annoia anche un po’.

Allora no, non va bene così. Rimugino e rimugino, la sofferenza della puntura di zanzara continua, finché ad un certo punto scatta qualcosa e l’azione parte. Parte da sé. Come per magia. Allora quando il sudore scorre, tra l’afa e il coinvolgimento della scena, e si arriva a fine sequenza che hai preso un po’ di tavole (sempre un po’ troppe, ma generalmente quelle non si tagliano) la soddisfazione di quello che ne è venuto fuori è sempre incredibile. E’ il vero momento in cui sai perché stai scrivendo, perchè ti piace e ti dà quella strana esaltazione mista a gratificazione che forse coincide con l’aver attivato l’adrenalina (o qualche altro ormone dal nome irricordabile).

Detto ciò, la scena d’azione è sempre preferibile scriverla e scriverla il più dettagliatamente possibile. Lo dico, non solo alla luce del post linkato sopra, ma dalla verità dei fatti. Non solo perché come sceneggiatori non si passi per dei pigri patentati, ma anche perché è un fatto di correttezza e rispetto verso il lavoro degli altri, in questo caso del disegnatore. Non dico che non si debba fare e basta, dico che le indicazioni, per questo come per tutto quello che volete scrivere, vanno date.  Poi sta al disegnatore attenersi o meno, soprattutto se avete scritto chiaramente in sceneggiatura “questo è quanto, poi fai tu”. Certo, anche pretendere che venga eseguito quanto esattamente richiesto, proprio nelle scene d’azione, secondo me è un errore, perché, come già detto in un altro post, il disegnatore ha un’idea del movimento migliore della nostra e fidarci è buona cosa, soprattutto se vi trovate davanti a un disegnatore con una certa esperienza, oppure con grande sensibilità artistica, anche se con poche tavole macinate alle spalle.  Per tutti gli altri, è rischioso lasciar fare, per questo più indicazioni ci sono meglio è. Alcuni non si sentono sicuri, su come procedere, su cosa intendiamo noi, per paura di sbagliare o di non essere all’altezza. Oppure sono dei maniaci della perfezione si sentirebbero persi. Perchè creare tutto scompiglio questo se il vostro lavoro è scrivere sceneggiature? E’ proprio nei momenti di difficoltà (delle scene) che dovete dare quello che serve, un sentiero da seguire per arrivare alla fine. 

Ciò non vuol dire che non vi possa succedere. Può darsi che il disegnatore vi abbia fatto esplicita richiesta di voler organizzare lui l’accoltellamento (magari usando come personaggio una persona che ammazzerebbe volentieri!), quindi perchè non accontentarlo? Perché impedire a una persona di divertirsi da matti?

Però vi può succedere disgraziatamente per un altro motivo: non avete abbastanza tempo. Dovete correre, quelle scene … “il disegnatore se la cava, gli dico giusto due cose, magari a telefono e via”, meglio concentrarsi su altro più urgente ai fini della storia e della produzione. Lo capisco, lo immagino, e in tal caso, non posso che augurarvi buon lavoro!

 

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Cosa fa di un disegnatore un illustratore ma non un fumettista

Disegnare è una passione per molti e un lavoro per un gruppo molto più ristretto di persone. Quand’è che siamo pronti per proporci come disegnatori presso una casa editrice di fumetti? Molti disegnatori alle prime armi, soprattutto giovani di età, confondono la loro capacità di realizzare un’illustrazione partendo da un modello preesistente, con il saper fare fumetto, non accorgendosi che tra una illustrazione e un fumetto c’è veramente un abisso.  

In 10 anni da Supervisor* ho ricevuto book da parte di giovanissimi disegnatori non ben coscienti che anche fare una buona illustrazione non è da poco: disegni fatti a un tavolo di un bar, copiature da pin up in stile manga, personaggi vari e variegati del panorama del fumetti internazionale che niente hanno a che fare con la produzione della mia casa editrice e tutto solo per “avere una mia opinione”.

Situazioni così sarebbe meglio evitarle, anche perché un giudizio di questo tipo ve lo può dare tranquillamente la vostra insegnante di arte e immagine delle vostre scuole medie, non necessariamente un editor di una casa editrice che pubblica, per altro, fumetti.

Sì, perché a parte la qualità discutibile di quello che arriva insieme a questo tipo di book, la realtà è che una illustrazione non è un fumetto, potrebbe esserlo, ma di fatto la sua funzione e la sua intenzione comunicativa è ben diversa. L’illustrazione vi comunica la bellezza di un momento o di una situazione, così come lo farebbe un quadro impressionista, mentre un fumetto racconta. Quindi, se vi proponete, come fumettisti dovete saper raccontare attraverso le immagini.

Non basta però dividere un qualcosa in vignette: se le immagini risultano statiche, prive di quel fluido che sembra far muovere oggetti e persone all’interno delle stesse, ecco che ci  troviamo davanti a un quadro e non a un fumetto. Volete un altro esempio? L’immagine, anche senza balloon e quindi il testo, fa capire chiaramente cosa sta succedendo. Ve lo dirà qualsiasi insegnante di una scuola di fumetto. Se non si capisce cosa sta succedendo anche senza baloon vuol dire che non avete centrato l’obiettivo.  

In entrambi i casi descritti, e in molti altri, lo chiamerei “insieme di immagini” messe lì senza ordine logico.  Ma non è quello che in realtà volete dire e fare.

Torniamo indietro. Quello che dovete fare è allora saper dire cosa succede  in quel dato momento e, di quello che non viene descritto da voi, l’occhio del lettore dovrebbe riuscire a ricostruire da sé. Mi riferisco a quello che accade tra una vignetta e un’altra e che voi dovete far in modo che il lettore intenda ugualmente.

Qui è interessante fare il tanto citato paragone con il cinema. Nel cinema una sequenza è descritta per intero. Se un attore sta fumando avete diversi secondi per inserirci un dialogo e questo verrà inserito non di certo mentre aspira il tabacco dalla sigaretta, ma quando probabilmente avrà appena buttato via il fumo. Nel fumetto non c’è bisogno di descrivere tutto, anzi risulterebbe piuttosto noioso, se non sceneggiato con maestria e per qualche particolare ragione. Anche se non siete fumatori, come non lo sono io, lo avete visto fare tante volte e saprete per inconscio il momento in cui il nostro personaggio potrà dire quelle parole riportate nel balloon. Se proprio dobbiamo tenerci stretti questo paragone con il cinema, direi che noi lavoriamo per fotogrammi. Tagliamo, in quelle vecchie pellicole di una volta, quello che ci serve per far capire allo spettatore cosa sta succedendo.

Ci vuole, per farla breve, un grande impegno e maestria. Ci si affina man mano, è vero, ma bisogna capire il meccanismo che sta dietro per poter veramente fare fumetto.

E’ anche vero che vi dovete trovare davanti una buona sceneggiatura per poter realizzare quanto vi dico. Davanti a una sceneggiatura che fa acqua da tutte le parti, riuscire nell’intento di raccontare è praticamente impossibile, perciò se volete imparare, imparate da quelli bravi, sia disegnatori, sia sceneggiatori. Su internet trovate diverse sceneggiature a disposizione e potrete allenarvi lì. Poi, sottoponete il tutto a occhio esterno e vedete la sua reazione.

Poi, sta a voi. Vi piace raccontare storie o vi piace semplicemente illustrare? Non siete obbligati a fare fumetto se non ci riuscite e non vi mette a vostro agio, ma potete restare nel mondo magico del disegno ugualmente.

Ci sono diverse opportunità che potete cogliere. La prima spendibile è sicuramente quella più vicina al fumetto, cioè di proporvi come “copertinisti”. Nel mondo del fumetto non è detto che sia un fumettista a disegnare la cover. O meglio, non tutti i fumettisti possono essere dei bravi copertinisti. Questo è un errore che ho visto fare anche in grosse case editrice, cioè di sottovalutare l’importanza della copertina e di far fare a disegnatori adatti solo al fumetto anche la copertina. Essa deve avere necessariamente un impatto diverso, anzi deve avere quell’impatto lì tale da colpire il potenziale lettore di passaggio e decidere di acquistare l’albo; deve suscitare una certa emozione e restare indubbiamente impressa nel ricordo, in modo che se non è alla prima, alla seconda non potrà resistere.

Come proporsi allora come copertinisti e/o illustratori a una casa editrice di fumetti? Beh, intanto dirlo chiaramente nel vostro portfolio per cosa vi proponete, facendo capire che siete a conoscenza di cosa pubblica realmente la casa editrice e inoltre personalmente non disdegnerei una illustrazione del personaggio di punta del catalogo per convincerli della vostra bravura.

Come già accennato, ho ricevuto diversi book (alcuni anche belli) restando perplessa dal fatto che ci fossero solo illustrazioni e niente fumetto. E’ importante prima di tutto vedere durante lo scouting cosa la casa editrice sta cercando. E se proprio volete proporvi lo stesso, due righe per spiegarvi non devono mancare. Almeno non darete l’impressione di non conoscere la casa editrice e di aver prestato attenzione a quello che realmente fa (cosa piuttosto urtante, ve lo dico!).

Fuori dal mondo del fumetto, la richiesta più alta per gli illustratori è indubbiamente nel mondo dell’editoria per ragazzi, sia se si sta parlando dei bambini dai 0 ai 3 anni, dove i disegni sono necessari e il testo è a carico dei genitori, sia per quelli più grandi, dove un “libro senza immagini” è ancora visto  come “noioso”. E’ un mondo ancora prospero, nonostante la crisi della carta e della lettura, ma regalare un libro resta un bel gesto e non offende ancora nessuno. Se il vostro stile si adatta alle varie fasce d’età dei giovanissimi e dei giovani, non vi resta che provare.

Infine, dovendo parlare di cose da imparare, diventare anche grafici, potrebbe essere una soluzione economica momentanea in attesa di importanti ingaggi. Anche lì, anche se sottopagati, il lavoro non manca. In bocca al lupo!

Come cavarvela davanti a un famosissimo personaggio di fumetti e scrivere una sceneggiatura più che dignitosa

Può succedere nella vita che per anni lavoriate per una piccola casa editrice di fumetti e abbiate macinato tavole su tavole di fumetti per personaggi mai diventati veramente famosi, ma che hanno un loro piccolo seguito e ormai sapete tutti di loro.  

Può anche succedere però che, visto che avete lavorato sodo per una vita e ormai vi siete fatti le ossa, siete stati scelti voi tra quelli in casa editrice per scrivere una piccola storia omaggio a un personaggio famoso di fumetti di cui avete letto con piacere alcune storie, ma di cui non si siete mai preoccupati di come si dovesse scrivere una sua storia.

Oppure è andata anche meglio. Dopo mesi e anni che avete bussato alle porte della casa editrice del vostro fumetto preferito, finalmente uno dei vostri soggetti vi è stato approvato, anche se vi è ritornato con diverse modifiche e quasi non lo riconoscete più, ma alla fine l’avete spuntata e ora vi tocca sì, sceneggiare un personaggio famosissimo di fumetti.

Perchè vi parlo di questo argomento? Beh, è quello che mi sta succedendo: è stato approvato un soggetto proposto dall’entourage dell’editore per un personaggio famoso, e dopo essere stato rimaneggiato tante volte, finalmente è tornato alla base, modificato in gran parte. Perciò qualcuno doveva sceneggiarlo, cioè io. 

In casa editrice accadono spesso queste situazioni: c’è sempre uno scambio tra grandi autori e grandi serie di fumetto che con piccoli albetti omaggiano un tal personaggio.

Ecco. A questo punto sono arrivata io. Questo, quindi, non è più tanto un articolo per darvi consigli, ma un momento altamente autobiografico che forse può aiutarvi a vivere meglio il vostro momento di gloria.

Appena è arrivato il soggetto con tutte le nuove indicazioni, il caso ha voluto che la mail si perdesse nel web. Momento di attesa che ho affrontato stranamente in maniera meditativa e non ansiosa. Mi sono detta: “Ho ancora un po’ di tempo per entrare nel mood del personaggio”. Ho preso qualche volume che avevo a casa e l’ho sfogliato.

La prima domanda che mi sono posta è stata quella della divisione della tavola. Quante vignette ci sono per tavola generalmente?

Nel mio caso la risposta è stata 4  vignette al massimo e così ho capito che le cose che accadono devono essere raccontate in meno vignette di quanto generalmente lavoro, perciò meno dettagli, più descrittive ed essenziali a far capire effettivamente cosa succede. Ho dovuto quindi adeguarmi e sviluppare subito una capacità di sintesi in una sola vignetta che da un lato doveva focalizzare l’elemento importante del racconto, dall’altro, se volevo aggiungere qualche dettaglio utile in seguito, non dovevo appesantirlo troppo perchè sarebbe sfuggito sicuramente al lettore.

Come è suddivisa la tavola? Ha uno schema rigido? Generalmente un fumetto di vecchia data come il mio, negli anni ha subito qualche “aggiornamento”, legato al gusto del momento, ma non illudetevi. Per dire, non ho trovato splash page, tranne che nella prima, che fa un po’ da frontespizio. Così mi sono attenuta a quello anche se… l’ho sfruttata, non per illustrare i protagonisti e magari il luogo delle vicende (o meglio non solo), ma dare inizio alle danze. Vediamo come il disegnatore coglie la mia proposta. Può darsi che la boccia del tutto, proprio perché “non si è mai fatto così”. Dovete tenerne in conto. Se state lavorando a un omaggio non avete davvero nessuna voce in capitolo, se invece siete stati appena reclutati, figuriamoci se le vostre idee “innovative” vengono accolte subito.

Altra domanda che mi sono posta sfogliando, ma forse è soltanto la mia: i cambi di scena come avvengono? Io ho il brutto vizio di farli anche a metà tavola e anche se non è consigliabile, non sono sono propriamente vietati; ma voi controllate che siano ammessi. Bah, io comunque ho osato e probabilmente la sceneggiatura verrà modificata. Vi saprò dire.

Ancora, e qui mi sono soffermata moltissimo, come sono i dialoghi? In genere non ci metto molto, una volta descritta la vignetta (qualcuno fa al contrario: ha in mente in dialogo e poi costruisce la vignetta, e va benissimo lo stesso!) a scriverne uno efficace, ma devo ammettere che ci ho pensato e poi ho cancellato più volte prima di tirar fuori quello giusto. In primo luogo perché proprio non riesco ad non avere una sfumatura ironica a tanta serietà (è veramente un personaggio veramente NOIR e sorride decisamente troppo poco per me) e poi, soprattutto, perché mi rendevo conto che quel personaggio una frase così stupida non l’avrebbe mai detta.

Ricordo che in una operazione simile a questa di diversi anni fa ormai (non ricordo nulla di come ho affrontato quei momenti, se non che dovevo essere piuttosto incosciente e che ho sicuramente cercato di fare del mio meglio) curai tantissimo i dialoghi ma non ne ero del tutto certa fino alla fine. Restai col dubbio e invece lì mi toccarono poco e nulla. Ero e sono affiancata da un grande disegnatore, di gran bravura e di grande umiltà e i suoi aggiustamenti in corso li ho trovati migliorativi in ogni caso, come sicuramente sarà anche questa volta. Doveste trovarvi in questa situazione, ma anche davanti a un autore meno famoso ma che ritenete bravissimo, non perdetevi nelle riflessioni su quello che non ha fatto di quello che avevate  pensato e scritto. In questo caso, avete poco da lamentarvi, non si fa. Analizzate piuttosto le scelte per cui ha optato, per rendere quello che diceva il soggetto, per migliorare la vostra abilità di sceneggiatori.

A proposito del soggetto, tenetevelo sempre accanto e rileggetelo più volte. Non so come mai, quando ho pensato di aver capito, mi sono ritrovata che qualcosa alla fine non funzionava veramente e tornando sul soggetto ho visto che invece la faccenda stava diversamente e che non c’erano affatto buchi da dover risolvere. Ho seguito fedelmente quello che c’era scritto, non ho modificato nulla, perfino i dialoghi suggeriti sono quasi gli stessi. Ho inserito qualcosa, per divertirmi, cercando di non disturbare troppo il racconto, ma visto che è in attesa di approvazione può darsi che lo trovino superfluo e verrà cancellato.

Però ho anticipato troppe cose e non ho finito di raccontarvi come è andata.  Quando mi è arrivata la mail persa nel web, chissà perchè, non l’ho letta subito, nonostante ad un certo punto iniziavo a preoccuparmene. Sarà stata colpa della fase meditativa vissuta in precedenza.

Quando ho aperto il file ho fatto una cosa che generalmente non faccio perché con i miei personaggi lo trovo superfluo, ma che invece consiglio a tutti di fare, cioè  la scaletta. Ho diviso in sequenze il soggetto per darmi un numero di tavole da seguire per non sforare (in questo caso, le tavole sono poche). Quando ho stabilito le sequenze e il numero di tavole ho chiuso il file e rimandato tutto al giorno dopo. Probabilmente di notte ho elaborato inconsciamente un sacco di cose e la mattina dopo ho cominciato a scrivere. In realtà faccio spesso così. Lascio sedimentare idee e possibilità che non mi sono per niente chiare il giorno prima per poi ritrovarmi parte del soggetto già molto più chiaro e il resto viene da sé.

Cosa succederà alla mia sceneggiatura per questo personaggio così famoso ancora non lo so. Vi farò sapere. Voi intanto, se dovesse capitarvi, non vi impanicate!